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Stemma Caccamo

 

CENNI SULLA STORIA, SUI BENI CULTURALI E SULLE TRADIZIONI POPOLARI DI CACCAMO

Libro CimòTesti tratti dal volume “ Caccamo, i luoghi e la memoria “ di Vincenzo Cimò - Edizione Punto Grafica di Palermo, 2004 - e qui pubblicati per gentile concessione della famiglia Cimò - Catanese, alla quale l’Associazione rivolge un vivo e particolare ringraziamento.

Il paesaggio

Caccamo, aggrappata ad una prominenza rocciosa che sporge dall’estrema dorsale occidentale del monte Euràko (San Calogero), si protende sull’ampia vallata del fiume San Leonardo. Domina un ampio paesaggio dolce e selvaggio insieme, che si distende da Rocca Busambra verso le coste del Tirreno. I percorsi di accesso alla città si inerpicano con un andamento quasi a spirale, in stretta aderenza alle caratteristiche altimetriche e geomorfologiche del territorio. Un groviglio di case rustiche costituisce la parte più antica della città. Case modeste, dall’architettura rurale primitiva, si ergono senza apparente ordine all’interno di una fitta trama di ripide e tortuose viuzze, che a tratti si interrompono nel contesto di un incomparabile quadro rupestre, dando luogo ad un’ alternanza di luminosi slarghi e ombrose piazzette. Da questi luoghi è possibile godere visioni che sembrano al di fuori del tempo ed hanno il sapore di significativi silenzi, offrendo alla fantasia spazi di antiche civiltà e di lontane memorie, che hanno scavato il carattere della vita dell’uomo in rapporto alla sua storia e alla storia della sua città.

Natura e arte hanno disegnato nel corso di tanti secoli le suggestive immagini della sicilianità, creando intorno una sconfinata cornice di colore che stempera le asprezze dei luoghi e lenisce il paesaggio della montagna che circonda la città. All’interno di questo paesaggio si svilupparono per quasi un millennio, dal lontano medioevo fin quasi ai giorni nostri, le vicende di una lunga storia di lotte, in un’ alternanza di momenti prosperi e di giorni difficili, sempre segnati dalla fatica di una comunità in espansione, desiderosa di inserirsi con il duro lavoro e le opere dell’ingegno nel solco della storia isolana. Perenni testimoni di questa tenace volontà di progresso, il raffinato culto dell’arte, il maestoso Castello e le oltre trenta chiese, al cui interno sono raccolti e gelosamente conservati inestimabili tesori d’arte. L’impianto urbanistico di oggi, nonostante le inevitabili ingiurie del tempo e degli uomini, conserva intatto l’intenso profumo del passato. Caccamo, come più volte rilevato, domina uno dei paesaggi più vasti della Sicilia. Gli immediati dintorni sono stati rimboscati recentemente con essenze arboree pregiate e costituiscono il polmone naturale della città. Il resto del territorio è coltivato in prevalenza a cereali, ma non mancano zone di colture intensive, uliveti ed agrumeti lungo i corsi d’acqua (San Leonardo e Fiume Torto). Il clima di Caccamo è mite ed asciutto, tipico delle zone collinari che si trovano a poca distanza dal mare. È particolarmente idoneo alla cura ed al soggiorno di soggetti che non tollerano il clima caldo-umido della fascia costiera.

Le origini

Da diverse testimonianze è facile desumere le antiche origini della città; resta tuttavia incerta la sua datazione. Le ricerche degli storici, peraltro non suffragate da idonea documentazione, sono approdate a varie e contrastanti ipotesi, che non hanno però trovato un punto di raccordo certo. Intorno al Castello vi sono parecchi scritti, alcuni fantasiosi, altri più rispettosi della verità storica. Tra questi ultimi quelli del cappuccino P. Pietro da San Biagio Platani, di Giuseppe Sunseri Rubino e di Rodo Santoro .

Secondo la più classica delle tradizioni, caldeggiata dalla storiografia municipale del Seicento, la prima fondazione della città risalirebbe ai Cartaginesi. Un nucleo di superstiti della battaglia di Himera, nella quale i Cartaginesi subìrono una cocente disfatta (480 a.C.) ad opera dei Siracusani guidati dal tiranno Gelone, si sarebbe rifugiato sulle alture dell’interno per sfuggire alle atrocità nemiche ed organizzare un’estrema disperata difesa. In questo luogo munito e sicuro i Cartaginesi avrebbero dato origine ad un primo nucleo abitato, a ricordo della madrepatria . Per convalidare questa tesi, Agostino Inveges, esimio storico saccense e principale sostenitore dell’origine punica della città, si appoggia all’opinione dello scrittore Stefano Bizantino, secondo il quale vi sarebbe stata in Sicilia una città chiamata Cartagine nei pressi di Hippana e Mitistrato, città le cui rovine si ritrovano nella contrada Pitirrana dell’agro caccamese. Sostiene, infatti, che Kàkabe, primitivo nome della città, è voce cartaginese e significa “testa di cavallo”, che fu stemma della Cartagine africana. Si tratta di una tesi assai debole, non fondata su argomenti e dati attendibili, vivacemente contestata da altri studiosi . Il recente tentativo di ricondurre l’origine di Caccamo ai Sicani o ai Romani con il nome di Azone, menzionata tra le conquiste di Pirro, la cui sede originaria sarebbe da individuare nel quartiere Terravecchia ai piedi del Castello, detta Suttalazzuni, non ha retto ad analoghi rilievi critici . L’ipotesi dell’origine cartaginese del borgo, al pari di tante altre non fondate su prove certe, può essere facilmente contraddetta. Alcuni reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Caccamo, ad esempio, indurrebbero a pensare che l’origine dell’abitato possa farsi risalire al periodo neolitico. Un notevole contributo per fissare la data di un insediamento che potrebbe verosimilmente essere identificato con Caccamo, è venuto dall’archeologia. Nelle aree dei dintorni sono state individuate diverse zone archeologiche di rilevante interesse: Cozzo Sannita, Contrada Ciacca, Pizzo Bosco, Pizzo Pipitone-Pitirrana, Vallone Piscina e Cozzo Porcaro. Qualche studioso ha rilevato che l’odierna Caccamo era poco più di un piccolo borgo rurale sottoposto alla potenza di Petterana, sul pizzo Pipitone, e solo dopo la decadenza di questa avrebbe assunto l’aspetto di città medievale con torri e fortificazioni. Ancor più interessante l’area che fa perno su Cozzo Sannita, una piccola altura a 576 m sul livello del mare a monte dell’attuale diga Rosamarina, in una posizione che domina la parte ultima della vallata del San Leonardo. Sulla sua sommità vi sono le tracce di un vero e proprio insediamento umano di origine storica. Sono stati rinvenuti, infatti, fondamenta di vecchie case e frammenti fittili che denotano l’esistenza sulla sommità della collina di un interessante centro abitato.

L’esame dei reperti in terracotta e dei resti delle case induce a ritenere che si trattava di un centro indigeno o punico-ellenistico che probabilmente intratteneva rapporti economici con i cartaginesi attraverso il fiume. Ciò sarebbe confermato dalla preponderanza di materiale fittile punico (tegole a listello, ceramica acroma di anfore, frammenti di ceramica a vernice nera ) rispetto all’esiguità di ceramica di origine greca. Tale insediamento potrebbe identificarsi con la più antica sede di Caccamo e sarebbe andato distrutto nel III secolo al tempo della guerre puniche. Gli abitanti si sarebbero poi ritirati sulle alture per dedicarsi all’attività agricola. Per quanto riguarda il nome, è probabile che il termine Caccamo possa avere diverse origini: dal greco Kàkkabe (“pernice”), da Kàkabe (“caldaia”), dal cartaginese Càccabe (“testa di cavallo”), dal latino Cacabus (“pignatta”), dall’arabo Karches o Kùkum (“vaso di rame”) ed ancora più semplicemente dal siciliano Caccamu (“albero del loto”). Secondo un’altra tesi, Caccabe sarebbe un toponimo greco e Kakabe starebbe ad indicare il roccione a forma di cuccuma rovesciata su cui poggiava il frourion ed il termine grecizzante sarebbe legato alla presenza nella zona di cenobi “greci” tra il IX ed il X secolo d.C. Secondo altre teorie il termine significherebbe pianta e frutto del bagolaro (“Celtis australis”). Tale voce sarebbe connessa al tardo greco kàkkabos. Tra tutte le opinioni, ha avuto più larga fortuna quella caldeggiata dall’Inveges (La Cartagine Siciliana, Palermo, Ed.Bisagni,1651) con argomentazioni suggestive, ma fondata su debolissimi riscontri documentali, secondo cui il primo insediamento abitativo di Caccamo si dovrebbe ricondurre ai superstiti Cartaginesi i quali, dopo la sconfitta di Himera avvenuta nel 480 a.C., per sfuggire alle armi siracusane, si sarebbero rifugiati sulle alture dell’entroterra sfruttando l’inespugnabilità naturale del sito. Tutte queste erudite illazioni non conducono però ad una tesi certa ed inconfutabile. Vaghe notizie di un centro abitato chiamato Cùcumo (1), identificato da alcuni storici con l’odierna Caccamo, riportano al periodo bizantino (800 d.C.).

Nelle immediate vicinanze dell’abitato si rinvengono, infatti, significativi reperti dell’antico cenobio basiliano sotto il titolo di San Nicola dè Nèmori o del Bosco (2). Qui visse nella meditazione e nella penitenza intorno all’ottavo secolo, come si legge nel menologio di rito bizantino il monaco San Teotisto o Teotista che si ritirava spesso sul monte Euràko; l’altura, per la presenza del santo anacoreta, assunse il nome di San Calogero, che significa “bel vecchio”, appellativo generico spesso attribuito agli eremiti benvoluti dalla popolazione per la loro saggezza . San Nicola dè Nèmori o del Bosco non era l’unico cenobio bizantino esistente a Caccamo, ma altri se ne ricordano: S. Maria la Nova, S. Felice, S. Giovanni Li Greci e, probabilmente, qualcuno ebbe sede all’interno del centro abitato (Chiesa del Santo Spirito, Chiesa di S. Pietro in Vinculis). Inconfutabili segni della dominazione araba (827-1071), confermate dall’uso ancora vivo di topònimi riferibili a “casali” di origine saracena (Medinìa, Favara, Calabrùno), si ritrovano in alcune zone del territorio agricolo. Anche alcuni quartieri (Rabbàto, che vuol dire sobborgo e Ienzana, che significa sorgente circondata da mura), un tempo contigui al centro abitato e poi inglobati al suo interno, erano abitati da minoranze di religione musulmana. Gli arabi avevano introdotto nuove colture agricole e praticavano più moderni sistemi di sfruttamento del suolo. La tradizionale tolleranza e la proverbiale ospitalità dei caccamesi consentirono una convivenza pacifica, ma sotto il profilo religioso gli arabi furono sempre considerati infedeli dalla maggioranza cristiana e come tali continuarono a vivere in una condizione di relativa emarginazione, specialmente dopo la venuta dei Normanni. La progressiva espansione dell’edificazione finì, dopo, con l’includere gli agglomerati arabi all’interno del tessuto urbano.

L’evoluzione storica

Omissis

La famiglia Henriquez – Cabrera In seguito alle nozze di donna Anna Cabrera, ultima esponente della famiglia, con il nobile spagnolo Federico Henriquez celebrate nel 1480, Caccamo passò, assieme alla contèa di Modica, sotto la giurisdizione della famiglia Henriquez-Cabrera e vi rimase fino al 1646. Sia i Cabrera che gli Henriquez risiedettero quasi sempre in Spagna e considerarono i loro possedimenti nell’isola, compresa Caccamo, come terra di sfruttamento. In due secoli di governo di questa famiglia che aveva instaurato uno stretto legame tra la nobiltà siciliana e quella spagnola, Caccamo, nonostante le ricorrenti crisi economiche dell’Isola dovute non solo allo strapotere della rigida classe politica feudale ma anche ad eventi naturali infausti (siccità, alluvioni, terremoti e pestilenze), conobbe una notevole crisi economica ma anche momenti di relativa espansione. Il centro abitato superò la cinta muraria ed iniziò quel periodo di rapida estensione lungo la direttrice Nord-Est assumendo un nuovo assetto urbanistico. Cospicui investimenti pubblici favorirono, inoltre, la costituzione di categorie artigianali preparate ed economicamente più solide. Furono edificati, con contributi delle famiglie feudali ma soprattutto con la partecipazione finanziaria dell’Università e della Chiesa, nuovi conventi; furono istituite confraternite laicali di carattere corporativo; fu costruito l’Ospedale Santo Spirito. Ebbero notevole impulso le iniziative produttive e commerciali; ebbe grandiosa fioritura, grazie all’apporto di affermati artisti richiamati a Caccamo dalle confraternite, un raffinatissimo artigianato di alto profilo artistico, le cui significative testimonianze sono visibili nelle numerose chiese dell’epoca sparse all’interno del centro abitato. La città conobbe momenti di significativo prestigio con la costruzione di insigni monumenti e la fondazione di istituti di beneficenza, come il Monte di Pietà, per aiutare le famiglie bisognose che erano costrette spesso a prestiti usurari, consentendo ai meno abbienti, durante le ricorrenti crisi economiche, un tenore di vita più dignitoso e civile. Erano state attivate, fin dalla prima metà del Seicento, in un’encomiabile gara di solidarietà, alcune iniziative per offrire ospitalità ai forestieri di passaggio . L’arredamento della case private, che continuavano a mantenere un’architettura dimessa, era pure migliorato sotto il profilo dello stile e della qualità .

Nel 1614, si diede inizio, su progetto e sotto la direzione dell’Architetto Vincenzo La Barbera, alla costruzione della nuova Chiesa Madre nello stesso sito della precedente, divenuta ormai inadeguata alle accresciute necessità della popolazione, che nel frattempo aveva subìto un notevole incremento. Vi contribuì donna Vittoria Colonna Henriquez de Cabrera, consorte di Don Luigi III Henriquez, con la somma, considerevole per quel tempo, di duemila scudi. Ma l’onere finanziario più cospicuo venne assunto dal benemerito concittadino Can. Don Paolo Muscia e, soprattutto, dalla rappresentanza civica (Universitas), come si desume da alcuni documenti dell’Archivio della Chiesa Madre degli anni 1627/1628, esposti in copia alla Mostra Storico-bibliografica di Caccamo, allestita nel 1958 presso la Biblioteca comunale di Caccamo . Un’ esponente della famiglia Henriquez, Suor Felicia Henriquez de Cabrera, Priora e Abbadessa del Monastero di S. Benedetto, morì in fama di santità il 14 febbraio 1615 e “venne seppellita in Cornu Epistulae nell’Altare Maggiore di detto Monasterio”. Sulla sua tomba rimase accesa una lampada perenne, al cui olio il popolo attribuiva poteri miracolosi. Nel 1641, don Giovanni Alfonso Henriquez de Cabrera, Signore di Caccamo e Conte di Modica, Grande Almirante di Castiglia, fu nominato Viceré di Sicilia ed il 16 maggio dello stesso anno faceva il suo ingresso ufficiale a Palermo. L’Universitas di Caccamo per l’occasione fu gravata del rilevante donativo di tremilacinquecento scudi, ricavato, come dice l’Inveges, con l’applicazione di un sopraprezzo di “grana uno per ogni rotolo di carne”. Ma il vero motivo del donativo, che camuffava eufemisticamente una vera e propria imposta, era da individuare nelle ingenti spese di rappresentanza connesse alla carica di Viceré.

Due anni dopo, durante il ritorno da Messina a Palermo, il vicerè volle sostare a Caccamo con il suo seguito abbastanza numeroso tra armigeri, servitori e gentiluomini di corte, e qui fu ospite del suo “governatore e affittatore” don Francesco Lo Faso , al fine di ringraziare i sudditi caccamesi del donativo ricevuto in occasione della sua elevazione alla carica viceregia. Come segno tangibile della sua riconoscenza, ma molto più per gli ulteriori donativi straordinari che aveva in animo di imporre per far fronte alle ingenti spese di corte, Don Giovanni Alfonso, con lettera datata 12 novembre 1643, elevava Caccamo alla dignità di città con tutti gli onori e privilegi concessi alle città del Regno e ripristinando il titolo di Urbs generosissima, che le era stato attribuito da Federico II e caduto successivamente in disuso, con tutti gli onori e privilegi concessi alle città del regno. Alla città fu concesso di fregiarsi di un nuovo stemma raffigurante una testa di cavallo, simbolo della Cartagine africana, ed il “Triscelon” della Trinacria, accreditando in tal modo l’opinione degli storici che facevano risalire ai cartaginesi la fondazione del castello e del primo nucleo abitato. Al primo magistrato della città (Universitas) fu attribuito l’appellativo di Magnifico ed alla rappresentanza civica (Judex et Jurati) fu conferito il diritto di farsi scortare nelle cerimonie ufficiali da due mazzieri e da quattro conestabili con le insegne dell’autorità, a somiglianza della altre città del Regno . Nel 1646, l’Henriquez, per far fronte ai rilevanti oneri finanziari connessi alla carica di Vicerè di Napoli (1644) ed a quella di ambasciatore di Sua Maestà Cattolica presso la Corte di Papa Innocenzo III (1645), ma soprattutto per contribuire al risanamento della finanza della corona spagnola, messa a dura prova da lotte intestine e guerre interminabili, si vide costretto a vendere nel 1646 la baronia di Caccamo a don Filippo Amato, Principe di Galati, per la somma allora ingentissima di 125.000 scudi, pari a 48 mila onze dell’antica moneta siciliana . Questo gesto fu interpretato come un vero e proprio tradimento dalla popolazione caccamese, che non nascose la sua profonda delusione. Vi sono diverse ragioni per ritenere che la decisione di vendere i feudi trovasse la sua giustificazione soprattutto nella grave congiuntura sfavorevole sopraggiunta a metà del XVII secolo che aveva rovinato economicamente, a causa degli alti fitti e della caduta dei prezzi dei cereali, molti enfiteuti e terraggeri.

Questi ultimi avevano preferito restituire le terre ai baroni ed abbandonare i feudi. La crisi economica aveva finito per colpire la stessa classe feudale e molti feudatari furono costretti ad alienare parte delle loro terre.

Omissis

Lo sviluppo urbanistico dalle origini ai nostri giorni

Dai reperti archeologici rinvenuti sembra accertato che il primo nucleo abitato della città si sia formato in epoca medievale, nonostante qualche storico ne faccia risalire la fondazione ai Romani o addirittura ai Sicani. Munito di robustissime mura, sorse per ovvie ragioni ai piedi della Rocca, nella zona che si protende verso Sud-Ovest, sia per fornire un tetto ai “terrazzani” che mantenevano quotidiani rapporti con il Signore del Castello, al quale erano tenuti a prestare il proprio servizio, sia per approntare un sistema difensivo ad oltranza del Castello dal lato meno protetto da barriere naturali. L’espansione dell’abitato non obbedì inizialmente ad un preciso e razionale progetto di urbanizzazione, ma ebbe uno sviluppo spontaneo in direzione Nord-Est seguendo le naturali indicazioni orografiche della zona la cui giacitura era più pianeggiante, sia per reperire aree edificabili più comode, divenute insufficienti nel primitivo sito, sia per procurarsi una maggiore quantità di acqua potabile grazie alla presenza di numerose piccole sorgenti, ed infine per avere un più comodo accesso ai materiali da costruzione, soprattutto pietra e gesso. Non si dispone purtroppo di dati documentali (cartografie, disegni, ecc.) per stabilire la durata del processo di espansione. Si può formulare tuttavia l’ipotesi, con sufficiente approssimazione e sulla scorta di notizie indirette e di alcuni reperti edilizi, che nei primi secoli il ritmo di crescita urbana sia stato lentissimo. L’ampliamento urbano, in mancanza di un predeterminato modello urbanistico, ebbe un andamento irregolare, avendo come unico punto di riferimento il Castello, non tanto per la sua posizione strategica, venuta meno in seguito alla diffusione delle armi da fuoco, quanto per la sua funzione di centro di potere politico ed economico. Il fatto stesso che non si ha notizia dell’esistenza di un palazzo giuratorio per le riunioni assembleari dell’università, che si svolgevano, invece, all’interno delle chiese, lascia intuire che il vero centro amministrativo in periodo feudale faceva capo al signore del Castello.

Un notevole impulso alla crescita urbanistica della città fu dato senza dubbio dagli arabi, i cui villaggi (casali) sorgevano alla periferia e si estesero celermente fino a lambire il primitivo centro abitato intorno al Castello. Il primo insediamento ebbe una struttura molto diversa da quella che si affermò dal Cinquecento in poi. La sua collocazione topografica ed altimetrica, come si evince dai ruderi e dalle case ancora esistenti, ha una conformazione chiusa ed accentrata rispetto al territorio circostante dovuta all’esistenza di una cinta muraria. Essa rispetta la morfologia dell’area adeguandovisi e risente della forza della tradizione abitativa accumulatasi durante il lento accrescimento della popolazione. La caratteristiche tipologiche delle case non si discostano da quelle proprie dell’architettura contadina. I ruderi della più antiche costruzioni della “Terravecchia” e di quelle site all’interno della più antica cinta muraria testimoniano che l’edificazione si avvaleva di materiali poveri, facilmente reperibili sul posto: muratura ad opus incertum (petra rutta), malta in gesso proveniente dalle vicine fornaci e, per le opere di rifinitura, mattoni in argilla cotta (pantòfoli). L’argilla (crita) era adoperata anche per le parti complementari degli edifici: tegole per la copertura (canali o coppi), tubi (catusi) per gli scarichi delle acque reflue e piovane. Si trattava di case molto piccole, strutturalmente non allineate, prive di schemi precostituiti. Dovettero passare parecchi secoli prima che l’espansione urbanistica subisse una forte accelerazione, inglobando conventi, chiese ed edifici baronali sorti in precedenza “extra moenia”. Tra questi ultimi si distinse il Palazzo Lo Faso (Piazza Torina già Piazza Lo Faso), ove si può ancora ammirare un sontuoso portale in pietra fortunatamente conservato nel sito originario. Nello slargo circostante, impropriamente chiamato “piazza” (Chianu Fasu), perché prescelto tradizionalmente dai cittadini come luogo d’incontro, di socializzazione e di scambi commerciali, sorsero tra la seconda metà del settecento e prima metà del XX secolo, obbedendo ad esigenze di differenziazione sociale , alcune costruzioni abitative più ampie e confortevoli ma prive di pregio estetico, grazie all’iniziativa di alcune famiglie benestanti che esercitarono la loro influenza sociale e politica nel periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. (Torina, Cecala). Il maggiore impulso alla edificazione si ebbe tra il XVII ed il XVIII secolo, in coincidenza con l’accresciuta esigenza di incentivare la produzione cerealicola mettendo a coltura nuove terre prima incolte o adibite a pascolo. I signori feudali, pur rimanendo legati alla logica del feudo come principale fonte di reddito, facevano in questo periodo un notevole sforzo per adeguarsi alla nuova situazione economico-sociale e si adoperavano per modificare in maniera sostanziale i loro rapporti economici con i sudditi. Nello stesso tempo, in altre aree della Sicilia si sviluppava un’ estesa opera di colonizzazione frumenticola. Venivano fondati, infatti, nuove città per iniziativa dei signori feudali, i quali, allo scopo di assicurarsi la mano d’opera necessaria alla coltivazione della terra, chiedevano ed ottenevano facilmente dall’autorità regia, uno speciale consenso, la cosiddetta Licentia populandi (Sciara, Trabia, Baucina, Cerda, Aliminusa, etc.) ed ai nuovi abitanti, per lo più dediti al malaffare, concedevano uno speciale salvacondotto.

Anche Caccamo, pur continuando a mantenere la struttura del borgo medievale, adeguò la sua configurazione edilizia al nuovo contesto ambientale ed adattò la fisionomia urbanistica al nuovo schema della città rurale di origine baronale, strutturalmente funzionale alla produzione agricola. Le case continuarono a mantenere una struttura monocellulare, con un impianto semplice, idoneo a soddisfare i bisogni elementari della famiglia contadina. Una configurazione urbanistica più lineare e ordinata, che sembra obbedire ad un piano più razionale senza sovvertire la tipologia della costruzione rurale, assunse l’edificazione nel quartiere di più recente formazione situato a monte della piazza S. Domenico. Qui venne abbandonata la struttura tipica del borgo medievale e fu adottata, per un processo imitativo dei nuovi modelli, la tessitura urbanistica dei comuni di nuova fondazione. Il quartiere alto, infatti, si differenzia dall’originario nucleo medievale e presenta un impianto ortogonale caratterizzato da un asse principale, rappresentato dalla strada di percorrenza privilegiata tra la Chiesa di S. Maria degli Angeli e la Chiesa di S. Isidoro. Tale asse, che collega due zone altimetricamente diverse, costituisce il perno su cui si affaccia una trama di vie parallele e pianeggianti, il cui taglio regolare lascia pensare all’ esistenza di un vero e proprio piano edificatorio. La suddivisione della zona in lotti simmetrici fu agevolata con ogni probabilità dall’utilizzazione di nuove aree che un tempo facevano parte delle cosiddette “terre comuni” appartenenti al patrimonio pubblico per l’uso comune da parte dei cittadini. In questa zona, fino a pochi decenni addietro, esistevano alcuni pozzi appositamente scavati nella Contrada Canalicchio per rifornire di acqua potabile gli abitanti (38). L’assetto urbanistico di Caccamo era e rimane legato all’economia agricola. Solo ai nostri giorni, l’immissione di modelli di vita più complessi ha permesso l’introduzione di nuove tipologie abitative a carattere condominiale, dando luogo a nuovi insediamenti in aree decentrate rispetto alla parte più antica dell’abitato (contrada del Carmine, contrada San Vito e contrada S. Rocco).

La popolazione

La popolazione di Caccamo documentata dai registri degli archivi parrocchiali, nei secoli XVI e XVII crebbe in maniera considerevole, contrariamente a quel che si verificava nel resto della Sicilia a causa dell’alternarsi di pestilenze, carestie, siccità, eventi sismici. Il numero degli abitanti, infatti, che nel 1570 era di 6287 anime, era salito nel 1583 a 7539 unità. Nel 1654 si contava una popolazione di 8.324 abitanti, di poco inferiore a quella attuale. Una flessione sensibile si registra solamente durante la signoria degli Amato, probabilmente per difficoltà ambientali causate dalla presenza di un signore dal carattere ostico quale fu Don Filippo Amato, il quale mise in atto una politica accentratrice e svolse un’ attività mirata a cancellare i segni delle dominazioni precedenti, costringendo molte famiglie notabili ad emigrare. Non fu questa l’unica causa della decadenza. Il periodo della signoria Amato fu caratterizzato, infatti, da una profonda crisi economica dovuta al crollo delle esportazioni frumenticole ed al conseguente calo dei prezzi dei prodotti cerealicoli, come si evince dalle mete rilevate in alcuni comuni i cui archivi sono rimasti indenni da saccheggi e distruzioni. L’incremento quasi costante, con la sola eccezione specificata, costituisce una indiretta testimonianza di un certo benessere diffuso anche se contenuto, e poche erano le famiglie che prevalevano economicamente sulle altre. Nel “Dizionario topografico della Sicilia” pubblicato a Palermo nel 1855, l’abbate Vito Amico, citando Giacomo d’Adria, afferma «essere Caccamo una gran terra sita su un colle, di ricchezze ricolma, di vino abbondante, ed a cui nulla manca ai bisogni della vita», e soggiunge che “in generale poche famiglie sono ricche, ma nel tutto la popolazione vive nell’agiatezza».

I PRINCIPALI BENI MONUMENTALI

Il Castello

E’ considerato il monumento più importante di Caccamo, perché attorno ad esso si sviluppò la storia civile, sociale e politica della città. Sulle sue origini, nonostante i molti scritti esistenti, vi è incertezza assoluta. Le opinioni degli storici non sono univoche e non sono riuscite a trovare fino ad ora un punto di incontro accettabile. I lunghissimi lavori di restauro già portati a termine, che probabilmente non saranno definitivi, non hanno dato apporti chiarificatori e non hanno fugato nessuno dei molteplici dubbi sollevati dagli storici. L’impiego di metodi di indagine innovativi, soprattutto quelli collegati agli interventi di consolidamento della roccia e alle tecniche costruttive adoperate, non hanno fornito sicuri elementi di valutazione, e le varie ipotesi continuano a basarsi su semplici congetture. Edificato su un compatto basamento roccioso a strapiombo, il cosiddetto Caccabe, il castello si sviluppa su vari livelli con un movimento avvolgente aderendo alle caratteristiche morfologiche dell’area su cui sorge. Il fatto che il Castello non presenta una struttura omogenea e che i corpi di fabbrica non trovano riscontro nell’architettura militare della Sicilia, ha fatto nascere non pochi interrogativi sulla sua originaria destinazione. Il manufatto, nella forma architettonica definitiva, è il risultato di numerosi e frequenti rimaneggiamenti, con aggiunte che miravano ad una particolare finalità. Ritengono alcuni studiosi che la funzione originaria di questo castellum sia stata di semplice avvistamento o al massimo di controllo, con esclusione di un ruolo difensivo vero e proprio. La prima costruzione, infatti, sarebbe rimasta limitata ad una semplice torre corredata di pochi ambienti accessori. Si tratta di un ragionamento privo di valore probatorio perché scaturisce da una concezione di castello di tipo moderno edificato su area pianeggiante, come i fortilizi realizzati sulla fascia costiera secondo un preordinato modello stilistico, con esclusivi scopi difensivi di fronte alle incursioni provenienti dal mare. Il Castello di Caccamo, al contrario, non è in zona pianeggiante e si presenta, aderendo ad una situazione orografica di montagna, come barriera naturale insormontabile nei confronti di assalitori da terra e come baluardo offensivo contro eserciti diretti verso l’interno della Sicilia.

Si può convenire, comunque, che i primi interventi costruttivi furono limitati probabilmente alla realizzazione di strutture piuttosto semplici, finalizzate a potenziare la naturale funzione difensiva della rocca. Si trattò, verosimilmente, di una semplice torre di avvistamento cui fu aggiunta successivamente una cinta muraria munita di accorgimenti difensivi dettati dall’esperienza. Tali opere servivano a facilitare l’accumulo e la conservazione di riserve alimentari, il ricovero del bestiame da carne e la sosta di guarnigioni militari che si davano il turno nel controllo della vallata sottostante. Nel XII secolo, con l’aggiunta di altri corpi di fabbriche realizzati per potenziare l’inespugnabilità del sito, il Castello assunse l’assetto di un fortilizio. In periodo normanno dai suoi spalti era agevole controllare qualunque movimento di truppe dalla vicina fascia costiera verso l’interno attraverso il corso del fiume S. Leonardo, lungo l’asse viario Vicari-Castronovo nel quale successivamente si sviluppò lo “Stato” dei Chiaramonte. La varietà delle tecniche costruttive verificate durante i lavori di restauro e la scoperta di sovrapposizioni stilistiche hanno consentito di catalogare lo sviluppo architettonico del Castello in tre distinti periodi, pressocchè sovrapponibili: il primo risalente alla dominazione chiaramontana, l’altro alla signoria dei Prades-Cabrera ed il terzo a quello degli Amato. Le costruzioni del periodo chiaramontano erano concepite per scopi eminentemente difensivi, per esercitare cioè un rigoroso controllo sui possedimenti della famiglia che si estendevano da Caccamo verso il sud dell’isola, fino alle città di Chiaramonte (oggi Chiaramonte Gulfi) e di Modica che diede nome alla Contèa. Manfredi I Chiaramonte fece ristrutturare le fortificazioni preesistenti e dispose una serie di ampliamenti che si possono così sintetizzare: costruzione di una nuova ala a nord-est nella parte meno protetta da ostacoli naturali, edificazione di una nuova torre chiamata Gibellina; consolidamento della torre avanzata del Byrsarone o Pizzarone, rafforzamento della cinta muraria a protezione del primitivo borgo della Terravecchia. Durante il dominio della famiglia Prades-Cabrera il fortilizio fu ulteriormente ampliato, per disporre una barriera difensiva più avanzata rispetto alle precedenti costruzioni più vetuste e meno affidabili. L’ala sud, che si affaccia verso il sottostante borgo, fu fortificata con una fila di torri, cui si aggiunsero poi alcuni corpi difensivi situati a sinistra dell’attuale rampa di accesso. Nel periodo della signoria Amato il Castello, perduta ormai ogni funzione difensiva, venne adattato definitivamente a palazzo residenziale. Le parti più deteriorate furono opportunamente restaurate e piegate alle nuove esigenze abitative del signore, furono realizzati soffitti lignei decorati, si aprirono terrazze e balconate, fu eretto un sontuoso portale in pietra all’ingresso delle sale di rappresentanza. Queste trasformazioni sono ricordate da una scritta in latino incisa su una lastra in marmo bianco collocata sul frontone del portale. Gli interventi di ordinaria manutenzione, dopo gli Amato, furono sempre meno frequenti per la loro onerosità e non valsero a bloccare il progressivo degrado delle strutture esistenti. Negli ultimi anni del secolo XX molte suppellettili e decorazioni andavano disperse per noncuranza. L’aggressione degli agenti atmosferici comprometteva infine la stessa staticità del manufatto. La Regione Siciliana nel 1963, accogliendo le aspirazioni della cittadinanza e della rappresentanza civica di Caccamo, acquisiva il Castello al patrimonio regionale rilevandolo dalla famiglia De Spuches che ne era proprietaria, con lo scopo di restaurare l’immobile e destinarlo a nuove utilizzazioni sociali e culturali. Dopo dieci anni un primo provvidenziale intervento finanziato dall’Assessorato Regionale al Turismo riuscì appena in tempo ad impedire il crollo di un’intera ala della costruzione, i cui ultimi lavori di restauro, assolutamente insufficienti, risalivano all’epoca degli Amato e in parte dei De Spuches. Nel frattempo la Presidenza della Regione dava incarico ad una équipe di tecnici di redigere un progetto di restauro completo e stanziava una cospicuo finanziamento per un piano di consolidamento del basamento roccioso che si era parzialmente sfaldato e per il recupero statico-abitativo della maggior parte dei saloni e dei vani accessori. La prima fase dei lavori si è già conclusa, ma il programma progettuale successivo è stato portato a termine da poco. La consegna delle opere è stata fatta durante una manifestazione ufficiale nella sala Prades con l’intervento del Presidente della Regione Siciliana, On. Angelo Capodicasa, dei rappresentanti del Comune e di altre autorità. Non si sono assunti impegni precisi per assicurare la manutenzione ordinaria e straordinaria del manufatto, e soprattutto non sono state fatte previsioni per il recupero degli ambienti già destinati alla servitù.

Ci vorrà ancora molto tempo ed ulteriori somme per arrivare al riuso del Castello per finalità culturali e turistiche diversificate (congressi, mostre permanenti, concerti, etc.). Una prima riunione si è svolta a livello regionale per studiare la possibilità di affidare al Comune la gestione del maniero, ma si ritiene che sarebbe meglio costituire un Comitato tecnico-scientifico per la formulazione di proposte concrete che dovranno tenere nel debito conto il contesto sociale e culturale nel quale il Castello è inserito. Il Castello, considerato una delle roccaforti più significative della Sicilia, si presenta, ancora oggi, in tutta la sua maestosa imponenza e rappresenta il documento più interessante per la lettura storica della città. In esso sono cristallizzati, infatti, secoli di rilevanti lavori e di profonde trasformazioni Chiusa ormai l’antica strada di collegamento con il borgo della Terravecchia, l’unico accesso parte dalla Via Termitana percorrendo una stradina in selciato rustico tracciata dai de Prades e portata a termine nel tardo settecento. Superato il primo cancello, di fattura recente, si sale per un’ampia e pianeggiane gradinata fiancheggiata a destra da un suggestiva fuga di merli. Sulla sinistra sono evidenti i corpi edificati nel Quattrocento da Don Giaimo de Prades, sulle cui pareti si apre una fila di feritoie sormontate da un doppio ordine di finestre monofore e bifore. Su un angolo è murato un bassorilievo raffigurante una mano che tiene una bilancia in perfetto equilibrio, sulla quale è leggibile la sigla D.I.V.Q.I.T, corrispondente alle iniziali di un versetto del Libro della Sapienza (Antico Testamento) che recita testualmente: (D)iligite (I)ustitiam (V)os (Q)ui (I)udicatis (T)erram, “Amate la giustizia voi che giudicate la terra”, per rammentare ai signori feudali, ai quali era attribuito il diritto di esercitare la giurisdizione civile e criminale, di esercitare la giustizia con equità ed imparzialità, funzione spesso usata come strumento di vessazione. Un secondo cancello in ferro immette in un raccolto cortiletto sulla sinistra la scuderia e la soprastante sala delle udienze, trasformata nell’Ottocento in teatro di Corte, con l’adiacente elegante loggetta a due arcate; sulla destra i locali destinati al corpo delle guardie con due bifore che si affacciano sullo strapiombo. Frontalmente si possono ammirare le fabbriche più antiche di epoca chiaramontana, che facevano da base alla torre di avvistamento principale (Torre Mastra) crollata nel 1823 per un terremoto. Attraverso un passaggio privo di cancello, sormontato da un arco a tutto sesto con funzione di sostegno e da una preesistente arcata a sesto acuto del periodo chiaramontano, si accede ad un terrazzo panoramico dal quale si ammira il paesaggio sottostante. Su questo terrazzo naturale si apre la Cappella di Corte con strutture ben conservate: gli arredi ed i paramenti sacri, di epoca piuttosto recente, sono stati temporaneamente rimossi in occasione dei lavori di restauro e custoditi in un sito più sicuro. La campana della Cappella, dopo i lavori di restauro, è andata smarrita. Dall’adiacente spianata si scende ad un livello inferiore dove si aprono le prigioni, umidi ed angusti locali chiamati dammuselli: numerosi graffiti incisi alle pareti offrono una testimonianza sullo stato miserevole e disumano in cui i condannati erano costretti a subire angherie e torture. I graffiti dell’ultima cella riproducono una torre campanaria, cavalli, pistole e la data 1850, segno che le prigioni dopo l’uso fattone nel periodo dell’inquisizione continuarono ad essere adoperate anche durante il governo borbonico. A sinistra della scaletta che immette alle prigioni situate a livello inferiore, si nota una costruzione in mattoni di argilla a forma di giara, adibita probabilmente per la fusione della pece che veniva rovesciata ancora bollente sugli eventuali assalitori. Superata un’altra arcata si accede ad un vestibolo, e da questo all’abitazione del signore e al sottostante piano della servitù. Dal grande atrio interno, si passa al piano nobile dopo avere attraversato l’ingresso principale sormontato dal sontuoso portale settecentesco la cui lapide ricorda la sconfitta inflitta agli angioini nel 1302 ed i restauri eseguiti per volontà del duca Don Antonio Amato. Sulla lapide marmorea è incisa in latino la seguente scritta la seguente: Hospes arcem quam Gallus invictam olim expalluit ,praeceps deinde annorum edacitas poene contriverat sed hanc D. Antonius Amato,princeps Galati, Dux Asti, Caccabi Dominus, milesque Alcantarae, pro sua ingenii liberalitate,qua labantem retinuit, qua patulam clausit,qua dirutam sustulit, qua mancam, circumiectis in loco propugnaculis amplificavit” (Ospite,questa fortezza,dinanzi alla quale un tempo i francesi impallidirono,che successivamente l’irrefrenabile voracità del tempo aveva quasi consumato, Don Antonio Amato, Principe di Galati, Duca di Asti, Signore di Caccamo e soldato di Alcantara, per la generosità del suo animo, restaurò dove era cadente, la chiuse dove era apertamente esposta, la rinsaldò nelle parti dirute, la ingrandì dove era incompleta costruendovi intorno nuove fortificazioni ). Il salone detto della “congiura”, al cui interno secondo la tradizione si sarebbero riuniti, sotto la guida di Matteo Bonello, i baroni siciliani ostili a Guglielmo il Malo, rappresenta l’asse centrale dell’ala residenziale che si affaccia verso la ridente vallata ed il borgo medievale.

Il piano sottostante, cui si accede da una scala indipendente, era destinato alla servitù ed alla conservazione di derrate alimentari. Di notevole interesse sono le torri per la loro funzione di raccordo del sistema difensivo del maniero. Quattro di esse, edificate all’esterno del Castello ed a debita distanza, costituivano un avamposto difensivo contro eventuali improvvise incursioni: torre di Byrsarone o Pizzarone, a valle della rocca, che sarebbe stata collegata al fortilizio, secondo una tradizione poco credibile, mediante una galleria segreta; torre detta della Piazza, diroccata nel 1627 per dare spazio al piano di posa della nuova Chiesa Madre, torre delle Campane, la cui parte inferiore fu adoperata come base della nuova torre campanaria del Duomo; torre della Chiesa della SS. Annunziata (a sinistra) , anch’essa adibita a torre campanaria. Le torri interne formavano invece una cinta difensiva più ristretta:la torre Mastra, crollata nel 1823 per una scossa tellurica; la torre Gibellina, fortificata dai Chiaramonte e danneggiata da un fulmine nel 1615. È stata parzialmente restaurata nel 1973 la torre della Fossa o del Dammuso costruita dalla famiglia Prades-Cabrera nel 1539.

La cosiddetta torre Mastra, che costituiva un tempo il baricentro dell’intera costruzione, è crollata interamene ed al suo interno sono rimasti gli sfabbricidi, ora rimossi durante i più recenti lavori di restauro. Aggiunte e modifiche apportate al Castello nel corso dei secoli hanno prodotto varie incongruenze stilistiche. L’insieme, tuttavia, conserva un’equilibrata struttura unitaria per la sua composta armonia. Tali aggiunte stratificate in tanti anni di vita del maniero hanno reso difficile la lettura critica della storia architettonica del Castello, per cui i progettisti del restauro hanno dovuto produrre un notevole sforzo per avere un punto di riferimento certo ed inequivocabile. Le scelte fatte, pur sempre discutibili, portano il segno di questa fatica e non sempre riescono a soddisfare studiosi e visitatori .Un primo provvidenziale intervento previsto da un progetto del 1973 ed ultimato nel 1977 valse a salvaguardare il manufatto da uno stato di precarietà statica. Durante tali lavori fu evidenziata la necessità di intervenire su altre zone particolarmente critiche in quanto collegate alle precedenti. Per tale ragione nel 1977 fu iniziata la redazione di un progetto di restauro globale. Il gruppo progettuale incaricato della redazione del progetto ultimò il lavoro nel 1980. Il progetto mirava soprattutto al completamento del manufatto, mediante il consolidamento della rupe, il rifacimento delle coperture e degli infissi, la costruzione ex novo di servizi e arredi per rendere sfruttabile il castello per finalità culturali e museografiche. Per la realizzazione di questi lavori si impegnarono con encomiabile determinazione il presidente della Pro Loco Giorgio Ponte che svolse un notevole impegno propulsivo e Antonino Priolo che esercitò, nella qualità di sindaco, un’opera fattiva di sollecitazione presso gli organi responsabili, ritenendo che al riuso del castello fosse legato il futuro sviluppo sociale ed economico della città.

La Chiesa Madre

Il Duomo di Caccamo intitolato a S. Giorgio Martire, primo Patrono della città, edificato ex novo nel XVII secolo, è il risultato di un lavoro di molte generazioni che vi hanno lasciato la propria impronta nell’arco di diversi secoli. L’edificazione della chiesa originaria, la più antica, come ricorda una lapide posta all’interno del tempio, è attribuita ai Normanni che la dedicarono al loro protettore San Giorgio (anno 1090) a ricordo della vittoria sui Saraceni riportata nei pressi di Cerami. La sua ricostruzione storica impone la preventiva soluzione di rilevanti problemi di lettura. La prima difficoltà, la più rilevante, è data dalla scelta del metodo d’indagine. Il più diffuso, al quale aderisce la maggioranza degli studiosi, si propone di esaminare l'opera architettonica nel suo sviluppo dinamico seguendo momento per momento le fasi della sua origine e della sua crescita, di cogliere il tormentato travaglio del primo impianto, le modificazioni intervenute nei modelli del progetto originario, l'influenza di stili diversi e delle personalità artistiche che vi hanno contribuito anche indirettamente, l'incidenza delle condizioni sociali ed economiche della comunità che l’esprime. Un secondo criterio tende, invece, a limitare l'indagine all’opera nel suo risultato finale, considerandola come un "tutto" definito e concluso, a prescindere dalla sua evoluzione nel tempo: tale criterio intende cogliere il monumento nella forma definitiva quale oggi si presenta, ponendo attenzione cioè al disegno della pianta, alla struttura ed alla funzionalità degli elementi architettonici, alla tecnica costruttiva, al ritmo delle masse volumetriche e dei vuoti, all'effetto delle decorazioni pittoriche e scultoree. Entrambi i metodi prestano il fianco a diverse osservazioni critiche. Non è possibile, infatti, cogliere l'opera architettonica nella sua evoluzione dinamica prescindendo dal suo assetto definitivo, né la si può giudicare soltanto nella forma attuale senza tenere conto dei diversi stadi della sua crescita. Per una comprensione più compiuta del monumento sembra più convincente, allora, adottare un metodo "composito", che tenga conto tanto del suo sviluppo dinamico quanto della situazione quale oggi si offre all’ attenzione dell’osservatore. Esiste un’ulteriore difficoltà di carattere oggettivo che scaturisce dalla complessità stessa dell'opera architettonica, la quale, nel suo genere, costituisce un "unicum" irripetibile e presenta una propria peculiarità di problemi interpretativi, dal cui approfondimento è possibile individuare l'intuizione e la rappresentazione del momento creativo, e cogliere, di conseguenza, l’unicità indifferenziata della percezione della realtà presente e dell’immagine del passato.

Fino a quando non si potrà disporre di nuovi documenti certi ed inequivocabili, non si potrà dare risposta agli interrogativi che riguardano la maggior chiesa di Caccamo. Si tratta di interrogativi che scaturiscono da un unico dilemma, individuare quale sia stata la prima chiesa madre di Caccamo e se si possa attribuire o meno ai Normanni. Essi sono destinati a perdurare, almeno fino a quando non si provvederà ad eliminare lo stato di degrado degli archivi storici locali, del comune e delle chiese parrocchiali. L'incertezza delle testimonianze, basate solo su congetture, non fanno altro che rendere ancora più difficile l’indagine dello studioso. Intorno al primo problema si è affermata una tradizione storica locale secondo la quale la prima Madrice di Caccamo fu la Chiesa di Sant’Anna e Santa Venera, oggi diruta, situata ai margini dell’antico quartiere della Terravecchia, nei pressi del torrente Canalotto, a servizio dei primi abitanti del borgo che si era insediato ai piedi del Castello. Di questa chiesa si conosce solamente il sito, ma non vi sono tracce significative circa la struttura architettonica, né esistono notizie sull’epoca della sua edificazione.

Sulla scorta di queste poche testimonianze, si può arguire che la sua edificazione sia di poco antecedente alla dominazione normanna. Secondo la tradizione più accreditata, nello stesso luogo dell’attuale Madrice sarebbe stata edificata intorno al 1094 una prima Chiesa Madre, priva di un predeterminato stile, quasi una piccola cappella, dai Normanni che l’avrebbero consacrata al loro protettore S.Giorgio, come è riportato dalla lapide collocata all’interno nel 1903. A questa tesi aderisce l’Inveges che costituisce la fonte principale della storiografia municipale di Caccamo. Lo storico così scrive in proposito: “Chi però sia stato il fondatore di quest'antichissima Madrice, quantunque ogni scrittura ed ogni tradizione m'abbandoni, nulla di meno io sono del parere che fabbricaronla gli antichissimi Prencipi Normanni, perchè il Conte Roggiero facendo sanguinose giornate contro i Saraceni sotto Cerami“. Egli. pur disponendo di truppe numericamente esigue rispetto alla preponderante forza nemica, riuscì ad avere ragione degli infedeli grazie all'intercessione di S. Giorgio che gli era apparso in visione, e ad esso volle poi, in segno di riconoscenza, dedicare numerose chiese in tutta l'Isola. Che le parole dell’Inveges lascino trapelare un semplice "parere" del tutto personale, traspare dalla stessa terminologia adoperata dall'illustre storico quando afferma: «quantunque ogni scrittura ed ogni tradizione m'abbandoni», con ciò rilevando indirettamente che la sua opinione è fondata su semplici congetture. Egli stesso annota, infatti, che a rafforzare tale tesi non esistono né riscontri documentali né una conclamata ed ininterrotta tradizione.

È probabile, quindi, che la testimonianza dell'Inveges circa l'origine normanna della più antica Madrice intitolata a San Giorgio Martire, incoraggiata dalla diffusa tendenza della storiografia municipale del Seicento a fondare il prestigio della città su antiche radici, abbia costituito essa stessa il punto di partenza di una nuova tradizione formatasi in un periodo più recente. Anzi non è improbabile che essa abbia avuto origine proprio nello stesso diciassettesimo secolo per l'autorevole influenza del concittadino Can. Don Paolo Muscia il quale, mentre si apprestava ad occuparsi dell’edificazione del nuovo più grande tempio, avrebbe suggerito all'Inveges di sanzionare con la sua autorità di storico apprezzato l'attribuzione normanna della prima chiesa. L’opinione dell’Inveges è più un atto di fede che il risultato di argomentazioni scientifiche e soltanto per l’autorevolezza della fonte, ebbe larga fortuna e si affermò lungo i secoli come indiscutibile certezza, come è ribadito dalla incisione in lingua latina nella lapide marmorea di cui si è fatto cenno. A sostegno di tale tesi, in mancanza di attendibili prove documentali, è stato osservato che nello stesso periodo al quale si fa risalire la fondazione della prima chiesa, Caccamo, come risulta da inoppugnabili documenti dell’epoca, era sottoposta alla signoria normanna. Risulterebbe quindi molto strano che i signori normanni non avessero lasciato traccia della loro presenza sul versante dell'architettura religiosa, con l’edificazione di una chiesa dedicata a San Giorgio all'interno della cinta muraria del più antico nucleo abitato, proprio a ridosso del Castello, della cui esistenza in epoca normanna non vi sarebbe da dubitare . Si tratta di una tesi assai labile. E' agevole osservare, in contrasto con tale tesi, che in ogni caso si tratta di semplici congetture che muovono da premesse storicamente accertate ma conducono a conseguenze non del tutto probabili. Sulla scia di questa congettura, legata all'autorevolezza del suo principale assertore, si sono posti quasi tutti gli studiosi successivi fino ai nostri giorni (Sunseri Rubino, Lo Bianco Comparato). Nessuno ha osato infatti sottoporre a riflessione critica la tesi dell'Inveges, nonostante egli stesso abbia lasciato intuire, in maniera velata, l’esistenza di un largo margine di dubbio. Dai documenti scritti fin qui rinvenuti, che si riferiscono all’inizio della dominazione normanna iniziata intorno al 1090, si può solamente dedurre in modo certo che i signori normanni tennero a lungo il possesso di Caccamo e del Castello, ma fino ad oggi non è stata rinvenuta nessuna traccia che testimoni l’esistenza di particolari costruzioni di origine normanna, neppure all’interno del castello in occasione dei recenti lavori di restauro. È evidente, quindi, la difficoltà di attribuire ai Normanni la costruzione della prima Chiesa madre.

Neppure il Castello offre elementi per accertare almeno un solo intervento diretto a potenziarlo nella struttura e sotto il profilo strategico-militare. Secondo un’analisi critica svolta da studiosi moderni, allo stato degli atti tutto lascia intuire che i signori normanni piuttosto che insediarsi in maniera diretta a Caccamo, abbiano ottenuto e mantenuto la signoria della città e le rendite ad essa legate, appoggiandosi sul piano strettamente politico ad elementi locali di prestigio che esercitavano una grande influenza sulla popolazione. Queste personalità di notevole ascendente sarebbero da individuare nei monaci basiliani che si erano insediati nell’area circostante alla città intorno all’ottavo secolo e successivamente forse anche all’interno del primo nucleo abitato. La presenza, infatti, di un interessante reperto architettonico, ormai quasi interamente perduto, come la chiesa basiliana di S. Nicola dé Nemori, sta a testimoniare che a Caccamo, al di fuori della cinta muraria, era sorto proprio in periodo normanno, acquistando presto un notevole prestigio anche civile, un fiorente centro di spiritualità e di elevato fermento culturale. Non è possibile, in conclusione, affermare con assoluta certezza, in assenza di altri elementi concordanti e con il solo ausilio di pochi ed incerti indizi, che siano stati i normanni ad edificare intorno al 1094 nell’attuale sito una prima chiesa intitolata a S. Giorgio nell'ambito del più antico nucleo abitato, coincidente pressappoco col quartiere della Terravecchia. Anzi riesce abbastanza arduo ritenere che simile evenienza abbia potuto verificarsi, in quanto proprio nel periodo normanno Caccamo era appena un castellum o oppidum, importante solo da un punto di vista strategico (Lanza Tomasi), ma non tale da giustificare l'edificazione di un edificio di culto impegnativo, analogo a quelli che si ritrovano in numerose località ove più massiccia e penetrante era stata la presenza normanna.

È più verosimile, invece, che essi abbiano avuto maggiore interesse a potenziare proprio il cenobio basiliano di S. Nicola dé Nemori, data l'importanza sociale e politica che istituzioni del genere avevano assunto in quel periodo come momento di raccordo tra dominatori e popolazioni locali. Il monachesimo, su cui i nuovi reggitori si appoggiarono fin dagli inizi, fu utilizzato dai normanni come strumento surrettizio per consolidare la loro supremazia politica presso le popolazioni delle campagne. Per questo i normanni si preoccuparono di assicurare protezione ai monasteri preesistenti e di provvedere eventualmente, in caso di necessità, a fondarne dei nuovi. Il Conte Ruggero, mentre da un lato, come detentore dell'eccezionale privilegio di "legato pontificio" in Sicilia, si dedicava a rafforzare l'organizzazione ecclesiastica latina attraverso la fondazione di sedi episcopali, dall'altro restituiva vigore o fondava ex novo numerosi centri monastici di "rito greco", con lo scopo politico di ripopolare i centri agricoli e dare impulso alle attività agricole in decadenza. Grande importanza, sotto questo profilo, può avere avuto il cenobio basiliano di S. Nicola de’ Nemori sicuramente di rito orientale (S. Giovanni Li Greci), la cui preesistenza rispetto alla dominazione normanna è documentata dall'antico Menologio greco dal quale si apprende che in quel cenobio proprio nel IX secolo vi aveva dimorato l'Archimandrita San Teoctisto. È logico, quindi, che i normanni si siano limitati a potenziare il preesistente cenobio con interventi di carattere politico e non abbiano avuto alcun interesse a costruire una chiesa da dedicare a S. Giorgio. E’ probabile che un primo edificio sacro intitolato a S. Giorgio, del quale oggi non si trova alcuna traccia, sia esistito proprio nel posto dove è l’attuale tempio e che la sua costruzione sia ascrivibile ai Chiaramonte Ed invero sembrerebbe assai strano che questa potente famiglia, durante la sua lunga signoria su Caccamo (1286/1392), una volta completata la fortificazione del castello per farne un punto strategico di difesa e controllo, non si fosse preoccupata di realizzare, in aggiunta alle opere di pubblica utilità di cui vi è certa notizia (ponte sul fiume San Leonardo, cinta muraria esterna che recinge il borgo della Terravecchia, restauro torre Pizzarrone a protezione della sorgente, etc ), in adiacenza alla torre costruita a protezione della Porta della Piazza, almeno una chiesetta "quasi una cappella di palazzo legata alle fortificazioni del castello, che dedicheranno a S. Giorgio, patrono del loro casato".. Questa tesi sembra poi indirettamente avvalorata dallo stesso Inveges il quale, volendo sottolineare la fattiva operosità dei Chiaramonte a Caccamo, afferma che Manfredi I Chiaramonte, Conte di Modica, morta nel 1300 la Madre Marchisia a nome della quale aveva governato "…hereditario nomine cominciò ad essere signore di Caccamo, il quale subito fortificò; perché a spese tanto sue come dell'Università fabricò la Torre vicina la Maggior Chiesa, per custodia del passo della terra vecchia, detta Torre della porta di la piazza e delle Campane, perché alla piazza è vicinissima e prima che si fabbricasse alla maggior Chiesa il novo campanile, in lei vi erano le campane; in un sasso della quale, infin all'anno 1627 si veddero conservate l'Armi chiaramontane" (Inveges, Op. cit.). Se la torre costruita da Manfredi I era stata adibita a campanile e si trovava affiancata alla chiesa, non è improbabile che anche la costruzione di questo primo tempio sia coevo o di poco anteriore. Era necessario dare una risposta alle mutate condizioni sociali dell'antico borgo ormai in fase di crescente sviluppo. L’accresciuto numero degli abitanti e l'incipiente espansione dell'abitato lungo la direttrice Est, obbligò le autorità religiose ad ampliare la cappella chiaramontana, più ampia e posta in un sito più comodo ed accessibile. Ma anche la tesi dell’origine chiaramontana della prima Chiesa Madre è fondata su congetture non confortate da reperti architettonici o da testimonianze dirette. La certezza della esistenza di una chiesa nell'attuale sito è comunque indirettamente provata dalla testimonianza dell'Inveges, il quale afferma che nel 1477 l'edificio fu ampliato e arricchito di numerose opere d'arte, grazie alla munificenza degli Henriquez-Cabrera , che in quel periodo governavano la città. Tale primo edificio, ispirato sul piano tecnico-costruttivo ai canoni dell'architettura povera, dovette essere molto piccolo e disadorno, quasi una cappella di palazzo, corredata da decorazioni semplici e lineari, sufficienti appena a conferirgli dignità di luogo di culto. Che tali fossero le condizioni della chiesa si può desumere, anche in mancanza di altre prove, dal fatto che nel 1480, cessata da quasi un secolo la dinastia chiaramontana, si dovette provvedere ad suo ampliamento sotto la spinta delle accresciute esigenze della popolazione. G. Sciarabba che ha fatto approfondite ricerche in proposito sostiene, sulla base di documenti da lui visionati già esistenti nell'archivio del Duomo, che la prima chiesa aveva pianta rettangolare con nove altari, il prospetto rivolto verso il borgo della Terravecchia, e l'altare principale verso oriente, nel rispetto di una simbologia riscontrabile ancora oggi in quasi tutte le chiese di Caccamo che hanno l'altare maggiore, immagine di Cristo Luce, orientato verso il punto in cui sorge il sole. Le migliorate condizioni di vita della popolazione e la progressiva espansione urbanistica ed economica della città, come si è accennato, indussero i due ceti che detenevano responsabilità di governo, gli ecclesiastici ed i nobili, ad ampliare intorno al 1477/1480, il vecchio tempio chiaramontano e ad arricchirlo di numerose opere d'arte. Ciò fu possibile grazie alla munificenza ed all'illuminato governo dei Prades-Cabrera che tennero per un lungo periodo la signoria di Caccamo ed erano riusciti a stabilire rapporti di simpatia con la popolazione, dopo aver superato con paziente azione diplomatica la diffidenza iniziale. Durante la signoria della famiglia Cabrera, come testimonia sempre l'Inveges, la città raggiunse il culmine della floridezza: monumenti, opere d'arte, istituti di pubblica beneficenza (Ospedale civico), case e congregazioni religiose ebbero copiosa fioritura. Anche la situazione economica e sociale aveva avuto una ulteriore spinta ascensionale con l'incremento dei commerci, mentre il numero degli abitanti, stando ai dati rilevabili dai registri parrocchiali, cresceva notevolmente fino a superare le 5.000 unità. La cinta muraria fu ulteriormente ampliata fino a comprendere i quattro quartieri di Terravecchia, sotto la Rocca ed intorno al Duomo, Rabbato, dove era stata edificata la Chiesa di Santa Margherita, oggi non più esistente, Terranova o Brancica con al centro la Chiesa della SS. Annunziata, Curcuraccio nella zona alta. L'ampliamento della chiesa rispondeva anche alle accresciute esigenze di culto per l’elevato numero di sacerdoti i quali, in armonia con i fermenti controriformisti avviati dal Concilio di Trento, si prodigavano in un'opera di sensibilizzazione presso i fedeli allo scopo di convogliare lasciti e donazioni per fini di culto e per opere di assistenza e beneficenza. In occasione di questo primo ampliamento l’edificio fu arricchito di notevoli opere d’arte.

In questo periodo aumentò il numero di conventi e monasteri e si gettarono le basi per la costruzione di nuove chiese (SS. Annunziata, Chiesa S. Maria degli Angeli, Convento di S. Francesco d'Assisi, Chiesa dei Santi Michele e Biagio,etc.). Ma anche dopo questo ampliamento l'edificio rimase di modeste dimensioni, stando alla testimonianza dell'Inveges, che sul punto costituisce la fonte storica più autorevole. Egli afferma che durante la costruzione del nuovo più grande tempio nel suo impianto definitivo (sec.XVII), la preesistente chiesa rimase aperta al culto inglobata dalla struttura delle nuove fabbriche. Tale situazione si protrasse fino al 1651, anno in cui si procedette alla sua demolizione ed alla provvisoria sistemazione delle opere d'arte che vi erano custodite per destinarle ad accrescere la bellezza ed il prestigio del nuovo tempio. Della pianta originaria della Chiesa anteriore al suo primo ampliamento esisteva una copia. L’originale, come tanti altri documenti, non è stato più rinvenuto nell'archivio storico del Duomo parzialmente compromesso da vari spostamenti e da lavori di riattamento dei locali. Nel 1606, dopo appena un secolo, i Giurati di Caccamo e una rappresentanza composta dalle personalità locali più influenti, decisero di edificare ex novo una più ampia Chiesa Madre, in considerazione delle accresciute esigenze della popolazione, conferendo l’incarico di redigere il progetto all’architetto termitano Vincenzo La Barbera, che fu allievo di Mariano Smiriglio, architetto del Senato palermitano.

Su proposta del primo magistrato, Giuseppe Sponsello, si stabilì di reperire le risorse finanziarie necessarie imponendo la tassa di nove denari per ogni tumolo di farina sopra la gabella per la macina per la durata di cinque anni. La decisione fu approvata dal Viceré marchese di Vigliena nel 1609. Secondo l'Inveges la prima pietra fu posta nel 1614: "In Caccamo nel 1614 a 11 di Giugno, giorno di S. Barnaba Apostolo cominciato la fabrica dell'amplitione seconda della Maggior Chiesa di S. Giorgio M. Titolare e Patrono della Città". Nulla si sa sui criteri e sulle valutazioni che portarono alla scelta del progettista. Si può arguire che essa sia stata condizionata verosimilmente dall'influenza e dal prestigio del Can.Paolo Muscia il quale, durante la sua lunga permanenza a Palermo per assolvere delicati incarichi presso la Curia Arcivescovile, avrà avuto l’occasione di apprezzare la preparazione e le capacità professionali del La Barbera, la cui notorietà invero si era diffusa più per la sua rilevante attività di pittore che di architetto. Una scelta, comunque, particolarmente indovinata che si concretizzò, pur tra mille difficoltà, nell'imponente edificio che è possibile oggi ammirare. La Chiesa Madre è luogo di culto, ma è anche la sintesi delle esperienze emotive del popolo che vi ha partecipato, racchiude un messaggio che riassume lo sviluppo interiore ed esteriore dei singoli e dell’intera comunità. Sul piano formale la Chiesa Madre è la risultante del manierismo italiano, trapiantato e rielaborato in Sicilia in maniera originale. La sua principale caratteristica viene a coincidere con la rottura dell'equilibrio tra rappresentazione della realtà e ricerca della forma. Il progettista, prima di dare inizio alla costruzione vera e propria, dovette preliminarmente affrontare rilevanti problemi statici dovuti all'irregolarità dell'area di sedime ed alla necessità di consolidare il complesso impianto con muraglioni ciclopici, archi altissimi e terrazzamenti nella zona a valle, previa espropriazione e demolizione di alcune case private sottostanti.

La pianta originale della chiesa e il disegno-progetto della cupola sono andati dispersi a causa di continue manomissioni dell'archivio dove i documenti erano conservati. Nello stesso archivio si conservava pure la nota dei "mandati di pagamento d'ordine dell'Università di Caccamo per la fabrica della maggiore Chiesa della Città" degli anni 1627/1628. I lavori veri e propri cominciarono dalla zona absidale intorno al 1614, come si evince dalla data incisa in una pietra all'esterno, e si protrassero per parecchi decenni come risulta dalle scritture contabili rinvenute nell'archivio storico della Chiesa Madre. Le opere principali furono completate intorno al 1660, ma il prospetto ed alcuni dettagli, iniziati intorno al 1682, furono portati a termine molto più tardi. Il Can. Paolo Muscia principale artefice e munifico patrocinatore dell'opera non ne vide il compimento poiché cessò di vivere nel 1667. La cronologia delle varie fasi si rileva dalle ricevute di pagamento rinvenute nell'archivio parrocchiale: nel 1627 viene pagata a scalpellini palermitani la fornitura di quattro colonne in pietra; in data 30 ottobre con atto in notar Pietro Ciuffo fu acquistata una casa “in quattro corpi” ; e nel 1655, con atto dello stesso notaio, si comprarono altri vani di fabbrica di proprietà del maestro Michele Cascio; nel 1645 risultano registrati due pagamenti in favore di un certo mastro Paolo Ciaccio per la costruzione dell'ala del Sacramento e per quella degli altari della stessa; nel 1646 viene completata l'ala della Cappella della Madonna; nel 1650 vengono pagate altre cinque colonne con basi e capitelli, la cui sistemazione viene realizzata l'anno successivo. Le opere murarie furono completate infatti intorno al 1660, ma il prospetto ed altri elementi architettonici furono portati a termine molto più tardi. La costruzione della cupola venne appaltata ai maestri Rocco Ribaudo e Gaspare Genualdi sotto la direzione dell’architetto Giovan Battista Cascione. Il disegno originario prevedeva una cupola a forma ottagonale, ma forse per motivi statici venne realizzata a forma di cubo privo di bellezza artistica. Destano grande stupore, per l’epoca in cui il Duomo fu costruito, l’arditezza della concezione, la grandiosità e la compostezza dei dettagli architettonici, il rispetto delle proporzioni, l’ariosità degli archi romanici, l’alternarsi armonioso di esili masse volumetriche e spazi vuoti, la raffinatezza degli elementi decorativi. (si omette la descrizione dell’esterno, dell’interno e della sacrestia ).

La Chiesa Parrocchiale di Maria SS. Annunziata

Delle origini della chiesa parrocchiale dedicata alla SS. Annunziata si sono occupati vari storici. Le notizie più antiche circa una chiesa dedicata alla SS Annunziata sono riportate, senza alcun riferimento documentale, nell’Annuario Diocesano pubblicato nel 1956 dalla Curia Arcivescovile di Palermo. Secondo questa tesi, le prime notizie rimonterebbero al 1200. Ma questa ipotesi rimane quanto mai incerta. Agostino Inveges ( Op. cit. ) così riferisce: “Il terzo quartiero di Caccamo ha nome Terra Nuova… quivi è la bella Chiesa della Santissima Nunziata,… la cui fondazione, ancorchè sia oscura, pure di lei s’ha contezza circa l’anno 1430, negli atti del Notaio Lorenzo de Scolaribus, essendo in quel tempo Signore di Caccamo li Cabreri…”. Alla stessa data fa espresso riferimento il cappuccino P. Pietro da S. Biagio Platani ( Op. cit. ). La lettera apostolica di Papa Paolo II del 30 gennaio 1467 riguardante una controversia sorta tra domenicani e francescani, l’esistenza della “Chiesa di Santa Maria Annunziata” nell’attuale sito o nelle prossime vicinanze (59). Sembra, infatti, che il primo convento domenicano sia stato edificato in luogo attiguo alla suddetta chiesa e venne chiamato “Convento dell’Annunziata”.

Il primo impianto, volendo prestare fede alla data incisa in un cartiglio posto nell’abside, viene fatto risalire al 1531, anno in cui era parroco certo Rosario Duca . Ma oltre questa incisione non vi sono altre testimonianze concordanti. Tutti questi riferimenti costituiscono soltanto un indizio, ma per risolvere l’interrogativo è indispensabile rinvenire documenti precisi ed inconfutabili. Si sa con certezza, invece, che il 16 giugno 1643 la chiesa già esistente fu notevolmente ampliata quando la contessa Donna Luisa de Sandoval, moglie del Signore di Caccamo, fece la seguente concessione: “en vertud de la patente concedo alos dichos Rectores y devotos el terreno deque necessitan por allargar la Iglesia” - secondo le disposizioni del - Vicario General de esto Arcobiscobado”. Il 20 settembre 1653 Aloisio Alfonso de los Cameros, Giudice della Regia Monarchia, diede il permesso di costruire il secondo campanile, quello posto a destra, a condizione che venga ultimata prima la costruzione della Chiesa. Si può ragionevolmente arguire dal raffronto tra le date certe che il nuovo tempio fu portato a termine in dieci o dodici anni e nel 1650 era completamente definito Altri documenti ritrovati non gettano luce sul problema.

Nel 1555, l’Arcivescovo di Palermo, in visita pastorale, dopo aver constatato che la Chiesa Madrice era ubicata all’estrema periferia della città e che gli infanti morivano senza aver potuto ricevere i Sacramenti, concesse all’Arciprete Antonio De Luca la facoltà di fondare la Chiesa Parrocchiale della SS. Maria Annunziata come filiale e coadiutrice della Madrice per venire incontro alle necessità dei fedeli dei nuovi quartieri distanti dalla Parrocchia e, soprattutto, amministrare il Battesimo in caso d’urgenza. In effetti la distanza non era tale da costituire un ostacolo per i fedeli cristiani che erano costretti a battezzare i bambini “de prescia” come solevasi dire. E’ probabile, quindi, che l’Arcivescovo non abbia resistito alle pressioni dì qualche influente sacerdote cui era di peso il rapporto di dipendenza, soprattutto sotto il profilo finanziario, nei confronti della Parrocchia Madrice. La Chiesa fu adibita, infatti, come Chiesa Battesimale nel 1569 in virtù di atto in notar Filippo Badami di Caccamo, ma rimase sempre alle dipendenze dell’Arciprete della Maggior Chiesa, che veniva incaricato di celebrare ogni giorno la Sacra Messa, amministrare i Sacramenti, visitare gli ammalati, seppellire i morti, ecc.. Nella stessa occasione gli furono assegnati due Sacerdoti coadiutori ed un Chierico Sacrista.

Nel 1584 l’Arcivescovo Cesare Marullo durante la visita pastorale dell’8 luglio costituì la Chiesa della SS. Annunziata come nuova parrocchia, ferma sempre restando la dipendenza dal Parroco della Chiesa Madre che determinava una costante situazione di attrito. Nel 1786 Mons. Airoldi, Arcivescovo di Palermo, dichiarò la Chiesa “Parocchia distincta” come è riportato nel ritratto dello stesso arcivescovo esposto in sacrestia. La parrocchia acquistò la sua autonomia giuridica soltanto il 16 ottobre 1884 con provvedimento del Card. Michelangelo Celesia, Arcivescovo di Palermo, che confermò l’erezione fatta dall’Arcivescovo Marullo e costituì la chiesa della SS. Annunziata “vera, formalmente distinta e indipendente parrocchia”. Nel medesimo giorno il Sac. Don Liborio Fusci, donò all’Arcivescovo lire cinquecentodieci all’anno per garantire la congrua al nuovo parroco. Alcuni mesi più tardi lo stesso Fusci fu nominato primo Parroco della nuova Parrocchia. Ma c’era stato già in precedenza, esattamente il 5 luglio 1858, un decreto di Ferdinando II, Re della due Sicilie, che conferiva riconoscimento giuridico, sotto il profilo amministrativo, alla Chiesa dell’Annunziata . Non è dato conoscere il nome dell’architetto progettista. La facciata del tempio, piuttosto disadorna al confronto con lo sfarzo dell’interno è una sintesi di stili diversi, con prevalenza di motivi ornamentali barocchi. Lesene in pietra, suddivise in due ordini sovrapposti, conferiscono all’insieme maggiore omogeneità. La parte superiore è rimasta incompleta ed appare frettolosamente definita; la zona inferiore è dotata di migliore coordinazione per la presenza di eleganti portali affiancati da esili colonne monolitiche di stile corinzio che sorreggono sobri frontoni decorativi che, nella parte centrale, sono spezzati per far posto a vari stemmi in pietra. Sopra il portale centrale vi è un cartiglio con l’insegna della Compagnia della SS. Annunziata, una confraternita che si occupava della manutenzione della chiesa. Fanno da corona due torri campanarie simmetriche: quella di sinistra più antica potrebbe essere stata ricavata, come vuole la tradizione, da una torre avanzata del Castello, per la presenza di alcuni elementi strutturali a carattere difensivo: feritoie, fori, ecc., la torre di destra, ove sono collocati un orologio ed il “campanone” di S.Giuseppe, fu costruita nel 1653, con lo scopo di dare maggiore armonia estetica all’insieme .

La scalinata di accesso al sagrato, che un tempo dava slancio al complesso architettonico esaltandone la plastica armonia, è stata interrata nel 1926 ed al suo posto fu realizzata una piazza di dubbio gusto estetico sotto la direzione dell’ingegnere palermitano Carlo Columba. Questa innovazione non ha certamente contribuito ad esaltare la plasticità dell’insieme ed oggi, per chi giunge dalla Piazza San Marco, il prospetto rimane parzialmente nascosto e la facciata appare ancor più appiattita. (si omette la descrizione dell’interno e della sacrestia )

La chiesa di San Benedetto alla Badia

Pur essendo di dimensioni modeste è considerata, per l’armonia dell’insieme, la più bella chiesa di Caccamo ed è stata definita unanimemente dagli studiosi un compendio di tutte le forme d’arte. Aveva in origine il nome di S. Maria della Mensa ed era stata probabilmente costruita nel secolo XVI per sottrarre le suore alle aggressioni di uomini di malaffare, degli stessi predoni barbareschi che infestavano la vicina fascia costiera. Si ha certezza, comunque, che Chiesa e Monastero, i quali formavano un unico complesso, furono fondati nel 1615 su un’area allora marginale rispetto al centro abitato, dalle suore benedettine che l’arricchirono di raffinatissime opere d’arte. La data della fine dei lavori della chiesa si rileva dal portale della facciata che oltre all’emblema benedettino reca la data del 1748. Solo nel 1866, in seguito al provvedimento di soppressione degli ordini religiosi, Chiesa e Monastero furono incamerati dallo Stato e da questo affidati al Comune che è tuttora proprietario della Chiesa, ancora aperta al culto anche se per brevi periodi. Il Monastero e la Chiesa fin dall’epoca del passaggio allo Stato, si trovavano in precarie condizioni, come si evince dalla nota 776 della Ricevitoria del Demanio e delle Tasse sugli Affari di Termini Imerese in data 6 maggio 1868, con la quale, rispondendo ad una richiesta del Sindaco di Caccamo, assicurava che erano stati disposti alcuni lavori di restauro . Il convento annesso è andato perduto ed al suo posto sono state edificate case di abitazione . Il portale del chiostro, una sobria arcata in pietra a tutto sesto, è stato fortunatamente recuperato appena in tempo e sistemato all’ingresso principale di un salone comunale adiacente all’attuale Largo Pietro Spica, che un tempo faceva parte del Convento francescano, anch’esso soppresso, ed oggi adibito a sala consiliare. La Chiesa di San Benedetto è suddivisa in due zone con diversa destinazione: una riservata alle suore e l’altra ai fedeli “esterni”. La parte riservata ai fedeli esterni corrisponde all’ unica navata, mentre quella destinata alle suore è costituita da due corridoi, la cantoria sul matroneo e due locali ai lati dell’abside. Il tutto ha un aspetto quasi salottiero, allo scopo di attutire i rigori della regola per le suore, che in massima parte provenivano dagli ambienti aristocratici. La facciata, recentemente restaurata, ha struttura semplice in stile barocco.

Sulla stessa si aprono tre nicchie destinate, con ogni probabilità, ad accogliere altrettante statue di santi benedettini che non furono mai commissionate. Il portale dell’unico ingresso è in pietra locale e porta incisa la data del 1748, probabilmente l’anno in cui venne eseguita la facciata. L’interno ha forma rettangolare ed è ad una navata. La linearità della forma non provoca alcuna sensazione di monotonia, grazie alla ricca ed armonica combinazione degli elementi decorativi opportunamente studiati dall’esperta mano di pittori, scultori, stuccatori, artisti del ferro battuto che cooperarono alla realizzazione delle varie parti. Per la contemporanea presenza di tante forme d’arte e di suggestive decorazioni ai quali lavorarono artisti ed artigiani di alto livello, sicuramente coordinati da un eccelso architetto, la Chiesa è definita una piccola enciclopedia di “arti applicate” Gli stucchi dell’abside sono stati eseguiti da Bartolomeo Sanseverino, allievo di Giacomo Serpotta (XVIII secolo). Il gruppo di statue a stucco, all’interno della lunetta dell’abside, raffigura la cena di Emmaus. La presenza di una serpuzza in un angolo della base ha indotto gli studiosi ad attribuire l’opera ad uno dei Serpotta, ma successive riflessioni critiche hanno consentito di assegnare la paternità al Sanseverino, che soleva firmare i suoi lavori con la sigla della bottega dei Serpotta in segno di rispetto verso i maestri. Le statue sistemate ai lati della lunetta rappresentano la Castità e l’Ubbidienza, virtù che devono costituire il fondamento della vita spirituale di una comunità monastica. Per la sua peculiarità, difficilmente riscontrabile in altri lavori del genere, suscita notevole ammirazione il pregevolissimo pavimento in mattoni di maiolica decorati, non facilmente riscontrabile in altre chiese, dello stesso periodo. I mattoni sono utilizzati come tessere di un grande mosaico e formano un disegno di ampio respiro pittorico. In base a recenti studi è attribuito a Nicolò Sarzana (XVIII secolo), unico artista attivo nella zona in quel periodo, anche se non sono stati rinvenuti documenti relativi alla committenza.

Il pavimento è suddiviso in diverse sezioni collegate tra loro, secondo una concezione unitaria, da una grande varietà di motivi ornamentali: volute, angeli, festoni, emblemi, animali, frutti, baccelli, elementi floreali, putti, cariatidi, ecc. Nella sezione centrale è raffigurata una scena marina: un veliero che si dirige tra i flutti verso un approdo sicuro costituito da un paesaggio agreste su cui campeggia un cartiglio recante la scritta latina “Concutitur non opruitur”, (viene scossa ma non affondata) . La scena vuole rappresentare la Chiesa che in base alle promesse scritturali non potrà mai soccombere contro le forze del male che lottano per abbatterla. Innumerevoli le decorazioni rese luminose da fresche pennellate, nelle quali dominano i colori vivi preferiti dai ceramisti siciliani: il verde, il giallo, il cobalto. Per il tipo di policromia prescelto, afferma il Cuccia, che ha osservato attentamente le mattonelle in maiolica, il pavimento presenta strette affinità con quello dell’Oratorio palermitano di S. Mercurio. Sulla volta a botte campeggia entro una cornice mistilinea un grande affresco di Antonio Petringa raffigurante il trionfo di S. Benedetto e l’Assunta (1735). Vi si coglie una soave grazia di ispirazione arcadica frammista ad elementi del classicismo romano. L’artista vi fa sfoggio di una pittura ariosa dai colori particolarmente luminosi e per evidenziare il carattere tridimensionale della pittura si avvale dell’espediente tipico dell’arte barocca di realizzare in stucco e farli uscire dalla cornice il ginocchio di un personaggio e la parte terminale di una lancia. La macchina d’altare in legno e la mensa eucaristica del XVIII secolo sono rivestiti in oro zecchino. L’altare , con motivi architettonici pure in legno dorato, è pregevole opera di maestro intagliatore locale ed è ornato con statuine tra le quali spiccano S. Benedetto e l’Assunta. Altre statuine ed alcuni elementi decorativi risultano rimossi e se ne sconosce la destinazione. All’interno si conservano numerose pregevoli opere pittoriche. Olio su tela di Vincenzo La Barbera, datato 1613, che richiama l’analoga tela della Chiesa Madre di Vicari pure del La Barbera, sia per l’ impostazione iconografica della Madonna che per la simbologia mariana posta in evidenza. La Madonna è raffigurata nel momento di essere accolta dall’Eterno Padre tra due schiere di angeli, all’interno di un ameno paesaggio in cui sono inseriti i simboli mariani: stella mattutina, turris eburnea, foederis arca, l’ulivo della pace ecc. L’impostazione data all’insieme, riporta il dipinto alla cultura manierista controriformista secondo la quale l’arte deve tendere all’istruzione del popolo. La Madonna della Neve con i santi Lorenzo e Stefano è attribuita ad Antonio Spatafora perché ricalca, quasi pedissequamente, lo schema della tela esistente nella Chiesa di S. Antonio Abate. Altri dipinti di particolare interesse sono: La tela che raffigura la Madonna col Bambino, suddivisa in due zone: quella terrena con alcuni fedeli oranti guidati da San Domenico e quella celeste con Maria che sostiene il Bambino appoggiato ad un globo attorniato da angioli e puttini. Trattasi probabilmente di dipinto eseguito da artista locale del XVIII secolo, come sembra potersi dedurre dalla rozzezza di qualche figura e dai panneggi duri ed artificiosi Gesù Crocifisso con santi benedettini, opera di ignoto pittore siciliano del XVIII secolo. Interessantissimo il dipinto che raffigura San Benedetto nella gloria degli angeli nell’atto di indicare la regola ad un sovrano ed a tre suore. L’opera ritenuta di ignoto pittore siciliano non meglio identificato, è ora attribuita, per l’ariosità dell’impostazione e l’equilibrio cromatico, al pittore Mariano Rossi di Sciacca (1731/1807) che lavorò agli affreschi della Galleria Borghese di Roma, nella Reggia di Caserta e nella Cattedrale di Palermo. Di notevole rilevanza i monumenti sepolcrali in marmi mischi del XVII secolo, tra cui quello di Don Onofrio Lombardo (1643) che si distinse, secondo quanto è inciso nell’epigrafe, nell’aiutare i poveri durante i periodi di carestia, ed il sepolcro di Donna Antonina Vllaraut e Faso deceduta a 50 anni nel 1654. Una grandiosa ed elegante inferriata barocca, opera di artigianato locale, chiude in forma di ventaglio il matroneo riservato alle suore di clausura. Interessanti le altre inferriate, tutte arricchite da motivi ornamentali, che serrano le finestre di collegamento tra il monastero e l’interno della Chiesa. Sul pavimento della zona centrale del tempio vi è il sepolcro comune delle suore. Su una lapide è riportata la seguente scritta: “Moniales Oblatas S. P. Benedicti Civitatis Caccabi vita functa mors non separat sed hoc uno sociat in tumulo unaque conderat corona – 1701”. Il tempio nel suo complesso si presenta in discreto stato di conservazione, ma ha bisogno di alcuni interventi urgenti di manutenzione per preservare dal degrado gli stucchi e le preziose opere che vi si conservano, soprattutto il grande pavimento maiolicato, “ unicum” nel suo genere, che merita di essere adeguatamente protetto dal calpestio dei visitatori con adeguate misure di salvaguardia. Nella seconda metà del XVII secolo sorse, a difesa della “privacy” delle suore, una lunga controversia tra il Monastero e la Chiesa della SS. Annunziata, in occasione della sopraelevazione di un muro dal quale era possibile affacciarsi sulle fabbriche del Monastero .

L’Oratorio della Compagnia del SS. Sacramento

Sede dell’Associazione Sorse come sede dell’omonima Compagnia laicale che l’aveva fondata con lo scopo di diffondere il Culto Eucaristico. Prima della sua costruzione le liturgie eucaristiche e le ore di adorazione al Santissimo, (con la prevalente partecipazione dei confratelli) si svolgevano nella Cappella del SS. Sacramento all’interno della Chiesa Madre. La Chiesa dell’Oratorio, fatta costruire dalla Compagnia a proprie spese, è in posizione simmetrica alla Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio e come questa si affaccia nella Piazza della Maggior Chiesa, uno degli angoli più suggestivi di Caccamo. La bellezza di questo incomparabile scenario è destinata ad assumere maggiore evidenza con il completamento del Castello ed il rifacimento della scalinata di collegamento che un tempo univa la piazza direttamente all’antico maniero. Non si conosce l’esatta data in cui furono iniziati i lavori, ma sembra certo che l’edificio, nelle sue strutture essenziali, sia stato ultimato intorno al 1650. L’ingresso è contornato da un portale in pietra, rimasto incompleto, che riprende in modo evidente lo stile barocco del manierismo siciliano, nella forma accentuata che si riallaccia al rococò spagnolo. Le decorazioni a stucco furono portate a termine successivamente, tra il 1691 ed il 1719. L’Oratorio ha pianta rettangolare e le pareti sono interamente rivestite con stucchi di straordinario effetto scenografico. Sulle pareti lunghe sono allineate, in apposite nicchie, grandi statue in gesso raffiguranti i dodici apostoli, ai cui piedi c’erano alcuni cartigli ove un tempo era possibile leggere il nome del committente. Sulla parete di fronte, al di sopra del grande altare ligneo barocco, oggi non più esistente, vi sono la statua di S. Michele Arcangelo con i simboli della passione e due angeli che portano rispettivamente la croce ed il calice, simboli della Passione e dell’Eucaristia.

Tutto l’insieme è collegato, secondo il gusto manieristico della tradizione siciliana dello stucco, da volute, ricci, cartigli, targhe, conchiglie, festoni, simboli e puttini alati. È un documento, forse unico, dell’arte barocca a Caccamo nel periodo di massimo splendore. Gli stucchi, pur risentendo di qualche pesantezza stilistica propria dell’arte barocca, pervengono a risultati di squisita raffinatezza e di marcato realismo. Le statue degli apostoli, in particolare, modellate con notevole abilità tecnica, rivelano l’impegno dell’ignoto artista di sicura scuola serpottiana per la cui identificazione sono state avanzate varie ipotesi di studio. Secondo un recente orientamento critico, basato su raffronti accettabili, le opere a stucco sarebbero da attribuire a Giuseppe Serpotta, fratello maggiore del più famoso Giacomo. L’Oratorio di Caccamo, infatti, per l’identicità del tema dei dodici apostoli, avrebbe avuto un precedente nell’Oratorio alla Kalsa, oggi distrutto, ove è documentata la presenza di Giuseppe Serpotta assieme ai fratelli Gaspare e Giacomo. Questa ipotesi trova riscontro, inoltre, nella perfetta coincidenza di alcuni tratti somatici del San Bartolomeo di Caccamo con il S. Dionisio del Carmine Maggiore di Palermo (Cuccia), dove Giuseppe sicuramente lavorò tra il 1683 ed il 1684 assieme a Giacomo. In linea con la rivalutazione complessiva dell’arte barocca, trascurata per molto tempo ed oggetto, addirittura, di considerazioni dispregiative, sarebbe auspicabile un intervento di recupero degli stucchi che erano sul punto di perdersi definitivamente in seguito al crollo della volta, ora ricostruita con fondi regionali. Le opere in stucco sono rimaste, purtroppo, per lungo tempo a cielo aperto e sono state danneggiate ulteriormente dagli agenti atmosferici, e necessitano di un attento intervento di restauro. L’adorazione del Santissimo veniva effettuata dai confratelli, in tutti i giovedì dell’anno dall’Ave Maria alle due di notte, ora in cui Gesù avrebbe istituito l’Eucaristia. Prima di sciogliere l’adunanza i Confrati, dopo aver fatto la liturgia penitenziale, le offerte e l’adorazione di Gesù Eucaristia, visitavano in processione con fiaccole accese le sette chiese (sacramentali), mentre tutte la campane suonavano a distesa e dai balconi e dalle finestre venivano esposte delle luci come segno di partecipazione. L’adorazione si sviluppava durante la notte con rigoroso rispetto dei turni stabiliti in precedenza, aiutandosi con la lettura di un libro di riflessioni intitolato La Sagra Veglia o Veramenti Disposizioni d’Affetti divoti da praticarsi ogni Giovedì nelli Radunanzi che si fa a la Presenza di lu SS.mu Sagramenti di l’Altari cumposta dal Rev Sac.D. Benignu Paraventu . Sul libro vi è annotata a matita la data del 177l. Il testo, in dialetto siciliano, è suddiviso in capitoli intervallati da canti di ispirazione eucaristica. Che l’autore fosse caccamese non è assolutamente certo. Un testo coevo perfettamente uguale nella impostazione e nel contenuto, attribuito pure a tale Benigno Paravento, è conservato negli archivi di altre parrocchie vicine., ad esempio la Parrocchia di Alia. La Compagnia, oltre al fine di culto, coltivava anche quello di dare sostegno economico agli orfani, alle vedove, alle persone bisognose in genere. Il libro della “Thesauria della Cappella del S.mo Sac.to di questa terra di Caccamo VI e VII ind.1623 et 1624 administrata per D. S. Bernardo Accascina thesauriere come appare per atto di electione in not Pietro Lo Ciuffo addì 5 di augusto VI Ind. 1623” inizia con questa formula: “ Hoggi che sono il 5 di agosto VII ind. 1624 nelli pii vesperi del Sant.mo Sac.to si gettaro li sorti delli orfani ed venni la sorti a Cristina boccuri figlia del quondam Luciano, Nucasa Incherici del quondam Ant.no; Margherita pilato figlia del quondam Geronimo, ecc. ecc”. Gli atti di contabilità che si conservano nell’archivio della Compagnia risalgono al 1620 e si riferiscono con ogni probabilità alla entrate e alle spese per i lavori eseguiti nella Chiesa.

LE TRADIZIONI POPOLARI

Cenni generali

Le tradizioni, come chiarisce la stessa etimologia, (dal latino tradere che significa consegnare), sono per un popolo quel patrimonio di cultura trasmesso dalla passate generazioni e costituiscono la sua memoria storica . Questa connotazione è ancora più marcata in una società, come quelle caccamese, per due ragioni. Anzitutto la necessità di richiamare le proprie radici culturali che derivano dalla civiltà contadina, che nei secoli scorsi soleva ritmare il proprio vivere quotidiano e l’alternarsi dei cicli stagionali ispirandosi alle principali festività ricorrenti nei diversi periodi dell’anno. La seconda ragione, complementare alla precedente, è data dall’avvertita esigenza di non lasciarsi fuorviare dalle proposte della moderna società dei consumi, divenuta negli ultimi tempi, per la prepotente invasione della tecnologia e dell’automazione che costituisce causa di alienazione collettiva. I cambiamenti degli ultimi decenni hanno avuto ripercussioni nella condotta sociale e molte forme di vita, prima molto vivaci, hanno perduto il loro mordente o sono andate addirittura perdute. Le tradizioni che si sono stratificate durante i secoli, sono pervenute alle nuove generazioni permeate da profondo spirito religioso, grazie alla presenza di numerose confraternite laicali, fondate nell’arco di alcuni secoli con lo scopo di offrire agli iscritti la possibilità di svolgere un’importante funzione sociale, secondo la disciplina dettata dai capitoli di fondazione. Alcune di esse, per quanto di autentico rimane ancora come vera “fonte” di antiche tradizioni, hanno smesso di esercitare la loro influenza in seno alla società civile e sono rimaste come semplici manifestazioni folkloristiche. Il lavoro dei campi, la gestione degli affari, la conduzione della famiglia, l’educazione dei figli, gli accadimenti sociali procedevano in sintonia con un profondo senso religioso della vita. Anche se talune tradizioni hanno lasciato spazio alla preponderante invadenza della società moderna, da esse traspaiono la genuinità delle origini ed i motivi che ne determinarono la nascita e lo sviluppo. Le più antiche tradizioni sono, in conclusione, legate alla vita rurale e conservano intero il carattere religioso e devozionale dei primi tempi. Molto merito ebbe nel mantenimento di queste tradizioni, come riferito , il fiorire di diverse confraternite. Tali formazioni laicali fiorirono in maniera straordinaria tra il XV ed il XVIII secolo in seno alla comunità cittadina nella fase di massima espansione, esercitando un ruolo di promozione religiosa, economica e sociale. Oltre allo scopo della formazione religiosa degli aderenti, avevano il fine prevalente di mutua assistenza inserendo nei rispettivi statuti un marcato ordinamento corporativo. Non solo costruivano proprie chiese arricchendole di opere d’arte dei più rinomati artisti del tempo, ma offrivano agli iscritti l’opportunità di vivere momenti di aggregazione sociale partecipando, secondo le regole e la prassi cui si ispiravano, ad un’intensa opera di formazione spirituale. Questa attività spirituale era incoraggiata e sorretta dalla presenza di un clero numeroso e molto attento ai problemi della collettività.

Alla vitalità e al dinamismo di queste formazioni laicali si deve, quindi, la diffusione del culto per l’arte sacra con funzione didattica, secondo le nuove regole introdotte dal Concilio di Trento, ed il consolidarsi di forme di pietà che, col trascorrere degli anni, assunsero la connotazione di tradizioni religiose. Venuta meno, però, la funzione di vicendevole assistenza, sostituita da forme più efficaci e moderne di solidarietà, molte confraternite finirono per perdere la loro funzione sociale e la stessa partecipazione alle solennità religiose divenne più formale che effettiva. Solo alcune hanno superato indenni le trasformazioni che hanno travolto la società rurale, riuscendo a mantenere vivi segni di indubbia vitalità: la confraternita delle Anime Sante del Purgatorio, quella del SS. Crocifisso, della SS. Annunziata. Ad esse si sono aggiunte in un periodo più recente nuove forme di aggregazione come il Terz’Ordine Francescano, che è il più antico ed il Terz’Ordine Domenicano. La loro presenza si rende visibile in occasione di processioni solenni, quando sfilano per le vie della cittadina con le insegne distintive e le tipiche mantelline colorate, ed in pochissime altre circostanze: Festa del Crocifisso (terza domenica di maggio), Ottavario di preghiera in suffragio della anime dei defunti (dal 2 al 10 novembre), la cui celebrazione è finanziariamente sostenuta con i proventi della questua col “coppo” fatta ogni domenica dai confratelli secondo turni stabiliti dai Governatori. Anche se Caccamo viene considerata, sotto il profilo religioso, come un’area conservativa, legata al passato, molte tradizioni religiose, non reggendo all’urto dei cambiamenti di costume dell’ultimo cinquantennio, sono cadute poco per volta in oblio ed alcune vivono esclusivamente nei ricordi degli anziani. Sembra cosa naturale che la società contadina, un tempo depositaria di tante tradizioni, si sia adeguata alle novità dell’epoca moderna ed abbia trasformato il suo sistema normale di vita. Si tratta di un rinnovamento inarrestabile e, per certi aspetti, opportuno. Ma il rinnovamento, se non rimane ancora oggi fortemente collegato alle radici del passato, rischia di cancellare un tesoro al quale si ricorre per corroborare il segreto della presente esistenza.

‘U Signuruzzu a cavaddu

Una volta si svolgeva il mercoledì precedente la Settimana Santa nelle prime ore del pomeriggio, per ricordare l’ingresso trionfale di Gesù nella città di Gerusalemme, prima della sua condanna a morte e della sua passione. In groppa di un asino elegantemente bardato ed infiorato, il più piccolo degli aspiranti Russsuliddi (chierichetti in abito talare e accessori di colore completamente rosso), veniva fatto entrare in città dopo un lungo giro nella campagna circostante, mentre le campane di tutte le chiese suonavano a distesa in segno di festa. Il fanciullo, che secondo la tradizione popolare rappresentava Gesù (‘U Signuruzzu), preceduto da dodici uomini in tunica bianca che impersonavano gli apostoli, percorreva le principali vie cittadine accompagnato dalla banda musicale e seguito da una gran folla di bambini festanti che agitavano palme e ramoscelli d’ulivo in segno di giubilo. Questo tradizionale corteo, preceduto dal paliu rosso, dai tamburi e dalla banda musicale, inizialmente si sviluppava nelle seguenti vie: Porta San Giorgio, Ponte S. Sebastiano, i ruderi della chiesa di San Sebastiano e San Pancrazio e proseguiva verso i ruderi della Chiesa di S. Ippolito e la chiese del Carmine, per concludersi nella piazza antistante la Chiesa Madre ed introduceva i riti pasquali. Da alcune forme paraliturgiche introdotte nella processione, risalenti al tempo degli eremiti basiliani, è possibile desumere l’origine orientale della cerimonia. Dopo un lungo periodo di interruzione, la manifestazione è stata ripresa da alcuni anni e si svolge la Domenica delle Palme.

'A Marunnuzza

La manifestazione aveva la caratteristica di una pantomima e si inseriva in un’ atmosfera di ispirazione religiosa. Si celebrava, fino ad alcuni decenni addietro, la vigilia di Ferragosto a conclusione della quindicina di preparazione alla festività dell’Assunzione di Maria. Addobbato con felci, rami di alberi da frutto, tralci, zucche, angurie, cetrioli, ecc., si allestiva in vari quartieri un finto giardino recintato, al cui interno gruppi di improvvisati artisti popolari, zappatori, vendemmiatori, ortolani, ecc., dopo aver eretto un sontuoso altare in onore di Maria Assunta, si attardavano fino a notte fonda improvvisando canti, danze e mimi campestri e scambiandosi lazzi e battute comiche che richiamavano i riti carnascialeschi. Questa rudimentale forma di teatro popolare non aveva un testo fisso, ma si svolgeva in maniera improvvisata seguendo una trama liberamente tratta dal rituale delle abitudini contadine. Anche questa tradizione si può dire ormai scomparsa ed è venuta meno la partecipazione popolare ad una festività che mirava ad allietare il periodo più caldo dell’estate.

‘U Triunfu dell’Immacolata

La devozione a Maria Immacolata a Caccamo è antichissima, essendo stata introdotta nel 1407 dai frati francescani conventuali che fondarono il Convento e l’annessa Chiesa di S. Francesco d’Assisi. Il popolo tenne sempre vivo il culto alla Vergine Immacolata, molto tempo prima che Pio IX proclamasse il dogma dell’Immacolato Concepimento (8 dicembre 1854), come è attestato da due piccole lapidi che esaltano l’immunità di Maria dal peccato originale: una, collocata all’aperto in una casa privata di fronte alla Chiesa Madre, porta la data 1654; la seconda, datata 1754, fu sistemata nella Chiesa di S. Francesco nell’ultimo altare di destra dedicato all’Immacolata.. Prima che la Chiesa fosse chiusa al Culto ed il simulacro trasferito nella Chiesa Madre, la novena di preparazione alla festività dell’8 dicembre si celebrava nella chiesa francescana con particolare solennità. Il primo Magistrato e gli Assessori comunali il giorno antecedente partecipavano ai vespri solenni della vigilia e presenziavano alla cerimonia liturgica del giorno della festa. In tale circostanza il primo Magistrato dava lettura dell’atto di consacrazione della città all’Immacolata e giurava sulla volontà del popolo di difendere il “Dogma” dell’Immacolata Concezione “… fino allo spargimento del sangue….” Nel pomeriggio del giorno dedicato all’Immacolato Concepimento (8 dicembre), il Simulacro della Madonna veniva trasferito processionalmente al Duomo, ove sostava fino alla Domenica successiva. Qui le manifestazioni assumevano carattere popolare. Ogni giorno, prima ancora che si facesse luce, il popolo riempiva la chiesa per partecipare alle cosiddette Matinate, celebrazioni liturgiche accompagnate dalla Coroncina e da canti popolari. Alle spese partecipavano con entusiasmo le varie categorie economiche della cittadina: operai, agricoltori, artigiani e gruppi spontanei di fedeli. Durante la notte del sabato, i fedeli in gran numero, vegliavano nelle famiglie in attesa del cosiddetto Triunfu. Il termine sta a significare la vittoria di Maria sul serpente, cioè sul male, fin dal suo concepimento. Prima ancora dello spuntar del sole, si radunavano nella chiesa delle Anime Sante del Purgatorio molti fedeli, soprattutto giovani, che davano vita alla processione di un piccolo simulacro dell’Immacolata, preceduta da una lunga fiaccolata con lampioncini variamente colorati. La fiaccolata era seguita dalla banda musicale e accompagnata da canti e dallo sparo di razzi multicolori e mortaretti. Dopo un lungo giro per le viuzze della città giungeva al Duomo dove c‘era ad attendere per la celebrazione dell’ultima matinata, una grande folla. Mentre il piccolo simulacro entrava in Chiesa ed i fedeli, guidati dalla “schola cantorum”, davano inizio alla solenne celebrazione della Messa dell’Immacolata, al centro della piazza si svolgeva l’ultimo atto del Triunfu con un enorme falò alimentato dai resti delle fiaccole. A giorno inoltrato gli artigiani edili portavano a spalla il grande simulacro della Vergine attraverso le vie e piazze principali. Era l’ultimo tributo d’amore e di devozione alla Madonna. Le matinate ed il Triunfu si celebrano ancora oggi e, salvo qualche trascurabile modifica formale per esigenze liturgiche, i riti popolari sono rimasti invariati.

Il rito del Battesimo

Il rito del Battesimo aveva e conserva ancora caratteristiche che richiamano il rito orientale ortodosso. In esso emergono alcune figurazioni della liturgia greco bizantina, derivate dalla presenza dei monaci basiliani di Santa Maria dei Némori, Santa Maria La Nova e San Felice, che non trovano riscontro nella sobrietà del rito della liturgia latina. Alla tradizionale coppia di padrini scelti dai genitori del battezzando, se ne aggiungono altri due: uno (che è sempre un uomo) offre la candela che viene chiamata Brannuni, simbolo della fede, ed un altro ( una donna) che regala la veste candida, detta Palummedda che sta ad indicare l’innocenza. ‘U brannuni consiste in un grosso cero sulla cui cima viene legato un lungo nastro (celeste per i maschietti e rosa per le feminucce) con frangia dorata e un ramoscello di zagara. ‘A palummedda, invece, è una copertina bianca a forma di colomba con le ali spiegate, finemente decorata con pieghe e volute ed ornata con ricami e nastrini azzurri o rosa. Alla palummedda si univa una caraffa in ceramica con acqua profumata di rose (acqua rosa) ed un piccolo vassoio con un fazzoletto ricamato.

GLI ORGANI DELLE CHIESE DI CACCAMO

L’organo è uno strumento dalle antiche origini. Si sviluppò notevolmente a Bisanzio e fu introdotto in occidente nel XII secolo. Ebbe la sua massima diffusione in Italia nel XVI secolo, raggiungendo la sua forma definitiva. Questo strumento si affermò specialmente in Toscana, Veneto e Lombardia dal XII secolo in poi, grazie alla grande fioritura dell’arte organara. Il suo uso si diffuse dal XVI al XVIII secolo nel meridione d’Italia ed in Sicilia, dove fu utilizzato, in virtù della sua resa timbrica, nell’accompagnamento della sacre liturgie. Nella sua forma definitiva, si compone di tre parti principali: materiale sonoro costituito di tubi o canne, mantici per la produzione di area compressa, meccanismi che comprendono tastiera e registri per la modulazione dei suoni. Quasi tutte le chiese a Caccamo, si dotarono poco per volta di questo strumento, la cui spesa d’impianto veniva sostenuta dalla confraternite laicali. Le chiese di Caccamo che sono o erano dotate di organo sono le seguenti: Organo della Chiesa Madre, più volte restaurato; è stato costruito da Santo Romano da Messina nel 1652 e modellato, secondo la tradizione, come quello della Cattedrale di Palermo. E’ verosimile che la sua prima collocazione fosse diversa, probabilmente sotto l’arcata del braccio destro del transetto su una apposita impalcatura lignea, e che sia stato sistemato nel sito definitivo in occasione dell’ultimo ampliamento della chiesa. Avrebbe subìto una trasformazione radicale ed un intervento di restauro da parte del maestro organaro palermitano Lungaro, il cui nome inciso nel legno è stato scoperto in occasione degli ultimi lavori di restauro. Organo della Chiesa della SS. Annunziata. Ha una doppia consolle ed è il più ricco di registri. E’ stato restaurato alcuni anni addietro, con risultati non del tutto soddisfacenti in quanto non vengono messi nel dovuto risalto gli effetti timbrici propri di uno strumento musicale così vario e complesso. Organo dell’Oratorio del SS. Sacramento del XVII secolo, fatto costruire con canne in legno e in piombo dalla Compagnia omonima che aveva fatto costruire la Cappella. Il prezioso strumento, rimasto in stato di abbandono, è andato distrutto o disperso nella seconda metà del XX secolo. Organo della Chiesa di S. Maria degli Angeli completamente distrutto e disperso, se ne sconosce il costruttore e l’epoca di costruzione. Organo della Chiesa delle Anime Sante del Purgatorio, per le sue caratteristiche e la tecnica costruttiva adoperata è forse il più antico tra i piccoli organi di Caccamo. E’ ancora in discrete condizioni e meriterebbe, per le sue peculiarità costruttive, di essere restaurato. Organo della Chiesa di S. Francesco d’Assisi. Questo organo, risalente al XVII secolo, suonava fino a qualche decennio addietro, ma per incuria è rimasto in stato di abbandono. Sarebbe auspicabile un intervento di restauro. E’ attribuibile a Giacomo Andronico e sarebbe stato costruito nel XVIII. L’ultimo intervento manutentivo, come si legge in una incisione scoperta recentemente all’interno, risale agli ultimi anni del secolo XIX. Organo della Chiesa di San Benedetto alla Badia, in uso alle suore del monastero. Costruito nel XVII secolo da ignoto organaro, attende da tempo di essere restaurato e rimesso in funzione. Organo della Chiesa dei Santi Michele e Biagio costruito nella prima metà del XX secolo è uno dei pochi a mantenersi in efficienza. È stato costruito da Giacinto Micales da Palermo nel primo decennio del Novecento. Organo della Chiesa di S. Isidoro in tutto simile al precedente ed ancora efficiente. È stato costruito e montato da Giacinto Micales da Palermo nel 1913 ed inaugurato il 13 maggio 1914 con un concerto dell’organista Prof. Vuturo da Palermo alla presenza della autorità religiose, civili e militari. È sistemato nella cantoria al di sopra della porta d’ingresso. Le canne di facciata sono chiuse in cassa espressiva, azionata da una staffa a sua volta collegata ad un apposito pedale. I canti delle liturgie e delle funzioni che si svolgevano in occasione di festività religiose (83) erano sempre accompagnate dall’organo. Ma nelle solenni festività si esibivano piccole orchestre d’archi (violino, viola, violoncello, contrabbasso) formate da musici dilettanti con l’inserimento di alcuni strumenti a fiato (clarinetto, corno, oboe, flauto). Questa partecipazione avveniva nelle grandi festività annuali, per le Messe solenni o per l’accompagnamento di canti religiosi popolari. Da ricordare le Novene della Madonna e del Natale ed il canto degli Improperi, a tre o quattro voci miste, durante la liturgia solenne del Venerdì Santo (Popule meus, quid feci tibi, Ego eduxi te de terra Aegypti, Agios athanatos, di origine bizantina). La composizione musicale Le Sette parole di Gesù sulla croce, scritta tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, è costituita di otto parti cantate per coro polifonico a voci miste, con accompagnamento di orchestra d’archi. È attribuita al Maestro Matteo Aglialoro che fu anche direttore della locale Banda Musicale. I temi hanno frequenti riferimenti a momenti della passione di Gesù e contengono evidenti richiami al melodramma donizettiano, con l’intento di suscitare nel popolo sentimenti di viva partecipazione nei passi più suggestivi. Sul piano stilistico si può inquadrare tra le composizioni popolari di ispirazione melodrammatica del periodo rococò. Sintatticamente più lineari sono invece i Canti della Sacra Veglia di origine prettamente popolare, anche se resta qualche dubbio sulla loro originalità. Venivano cantati dinanzi al Santissimo esposto nei giovedì di quaresima. La loro trascrizione musicale, tratta dalla viva voce del popolo, è stata eseguita dal Maestro Benedetto Albanese con particolare attenzione filologica.

 

Associazione Culturale per la Difesa della Storia,
delle Tradizioni Popolari, dei Beni Artistici
e Monumentali della Città di Caccamo

Oratorio della Compagnia del SS. Sacramento
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